Quegli avvocati di
governo
che sparano sui
giudici
Se è vero che la satira riesce sempre a colpire
nel segno, con più immediatezza di quanto non riesca un
commento o una denuncia puntuale e documentata, bisogna dire che la
vignetta di "Ellekappa", apparsa su "Repubblica" martedì
scorso è andata oltre ogni attendibile aspettativa. Nella
cruda rappresentazione della realtà ha superato l' effetto
umoristico per assumere una sconsolante, incontrovertibile,
connotazione di cronaca."Ormai gli avvocati dei corrotti, dei mafiosi
e degli stragisti - annota uno dei due protagonisti del fumetto -
stanno tutti al governo". E l'altro, che come il primo è pure
intento alla lettura di un giornale, risponde pronto: "al seguito dei
loro clienti". Lo humor, purtroppo, si stempera e si perde nel
riscontro scontato dei fatti. Non tutti i ministri sono avvocati,
d'accordo, e non tutti gli avvocati che rivestono
responsabilità ministeriali, sono difensori di corrotti,
mafiosi e stragisti, così come non tutti i restanti membri di
governo sono assoggettabili a quelle poco rassicuranti qualifiche. Ma
altisonanti nomi di difensori di fiducia di personaggi controversi ,
al centro di clamorosi casi giudiziari, sono parte attiva, come
sottosegretari o vice ministri, nessuno può negarlo,
dell'esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi. Quanto ai "clienti"
che sarebbero assisi sugli stessi banchi (fatta salva la presunzione
di innocenza fino a condanna definitiva), è altrettanto vero
che qualcuno esiste, in veste di inquisito illustre per reati vari
che vanno dal falso in bilancio alla corruzione, a cominciare,
addirittura, dal premier in persona.
***
Gaetano Pecorella e Carlo Taormina sono avvocati.Il
primo è il legale (oltrechè di Silvio Berlusconi) di
Delfo Zorzi, il neofascista ritenuto responsabile, con altri due
complici, della strage di piazza Fontana e condannato all'ergastolo,
la scorsa settimana, dalla Corte d'Assise di Milano; il secondo
è stato difensore di politici e magistrati eccellenti come
Claudio Vitalone e a Milano ha difeso il neofascista Carlo Maria
Maggi. Entrambi eletti nelle liste di Forza Italia, rivestono
attualmente un ruolo istituzionale. Sono rispettivamente presidente
della Commissione Giustizia della Camera e sottosegretario
all'Interno. E quando in appello a Palermo viene pronunciata la
condanna , per concorso mafioso, a carico del giudice ammazzasentenze
Corrado Carnevale e a Milano il verdetto per l'attentato alla Banca
nazionale dell'Agricoltura nel quale persero la vita 18 persone,
insorgono contro quella che definiscono "giustizia dei pentiti" o "la
tenaglia Milano Palermo" , delegittimando i giudici che "con la penna
rossa pretendono di riscrivere la storia d'Italia" . Così un
altro membro del governo, il sottosegretario alla Giustizia Michele
Vietti, avvocato, ex componente laico del Consiglio superiore della
magistratura, eletto al Parlamento con il Biancofiore, interviene
affermando che "sentenze come quella di Carnevale non giovano ad
aumentare la fiducia dei cittadini nei confronti dell'istituzione
giudiziaria che non è mai stata così in basso come in
questi giorni". Giudizi pesanti, tanto da interferire con l'autonomia
dei magistrati (che è garanzia per tutti i cittadini sancita
dalla Costituzione repubblicana) entrando - senza conoscere le
motivazioni - nel merito di sentenze importanti su fatti gravi che
hanno avuto vasta eco nell'opinione pubblica. Affermazioni
irresponsabili provenienti da uomini di governo e dirette a
screditare e a destabilizzare un altro autonomo potere dello Stato,
quello giudiziario. Ma non solo. Quelle affermazioni, in bocca a
parlamentari o a ministri che si esprimono cedendo al risentimento
del difensore frustrato da una sconfitta giudiziaria, quando
l'aggressione non risponda addirittura a un disegno preordinato a
finalità destabilizzanti, configurano, in aggiunta a quello
macroscopico impersonato da Berlusconi, un nuovo conflitto di
interessi tra funzione pubblica e privata."Chi parla come hanno
parlato Pecorella, Taormina e Vietti, delegittima le istituzioni", ha
detto il Procuratore Capo di Milano, Gerardo D'Ambrosio. "Che vuole
questo governo - si è chiesto Giovanni Di Cagno, consigliere
del Csm - pretende forse di riscrivere i verdetti?". Parole severe
che non possono passare inosservate. E le ha condivise, ammettendo il
conflitto di interessi, il nuovo Guardasigilli, Roberto Castelli. Il
"caso" più eclatante, in ordine di tempo, coinvogle ancora
Taormina, già investito della carica istituzionale, che, in
veste di avvocato del contrabbandiere puglielese Fancesco Prudentino,
contro il quale lo stato si è costituito parte civile, ha
polemizzato in aula a Bari (lui, un piccolo pezzo di Stato) contro un
altro pezzo, cioè l'Avvocatura. Ed ora il governo non sa come
rispondere ad una interrogazione dei Ds su questa scabrosa vicenda.
Ma resta comunque, più in generale, il problema di chi deve
intervenire per porre fine a questo gioco al massacro contro la
magistratura. Se non provvede ad azionare il freno il capo del
governo, dovrà essere il Consiglio Superiore della
Magistratura, in riunione plenaria sotto la presidenza del Capo dello
Stato. Ed è auspicabile che ciò avvenga presto per
ristabilire l'autorità e il prestigio dello Stato. Ogni
ritardo può produrre lesioni irreparabili nella coscienza
civile degli italiani, soprattutto se la campagna denigratoria
prosegue con maggiore intensità giorno dopo giorno. E' bastata
l'assoluzione di Calogero Mannino, a una settimana di distanza, per
far partire nuove bordate contro i giudici. A dar man forte a
Taormina e al partito degli avvocati è intervenuto un altro
esponente del governo, Carlo Giovanardi. "Il nostro sistema
giudiziario è indegno per un paese civile", ha detto. Una
dichiarazione che assume un suono grave se a farla è il
ministro per i rapporti con il parlamento. Hanno rinnovato la
protesta, "per gli insulti e le aggressioni alle toghe", Armando
Spataro consigliere del Csm e Giovanni Salvi, vice presidente
dell'Associazione Nazionale Magistrati: "è intollerabile
l'aggressione ai magistrati per il contenuto delle decisioni. Tutto
questo non ha niente a che vedere con la legittima critica". Ma sono
voci clamanti nel deserto, mentre avanza il disegno eversivo di chi
intende minare la fiducia dei cittadini nella Giustizia.