Le identità linguistico-culturali in Africa

Il riscatto attraverso

il recupero della lingua

 

ASMARA. I popoli africani vogliono riappropriarsi del diritto e della possibilità di parlare le loro mille lingue ancestrali, occultate dal colonialismo e di farne uno strumento di comunicazione e di cultura per il nuovo millennio. E' questo il tema del recente convegno svoltosi ad Asmara (Eritrea), intitolato "Against all odds", che in italiano potremmo tradurre così: "contro ogni possibilità di riuscita". Si è trattato di un avvenimento unico nel suo genere, finalizzato soprattutto a capire il ruolo delle "Lingue e letterature africane del 21° secolo". Organizzato dalla "Pennsylvania State University" e dalla casa editrice "Africa World Press/Red Sea Press", è stato occasione d'incontro per più di 700 artisti e studiosi della cultura del continente. Circa 200 erano i poeti e i romanzieri africani: c'erano tutti i nomi più noti, come l'egiziana Nawal el-Saadawi, i kenioti Ngugi wa Thion'g e Abdulatif Abdalla, i sudafricani Mbulelo Mzamane e Mesizi Kunene, i ghanesi Ama Ata Aidoo, Kofi Anyidoho e Esi Sutherland. Vastissima, oltre ogni previsione, anche la partecipazione della gente comune. Ogni incontro, ogni discussione, ogni dibattito, ha registrato numerosi interventi di persone che mostravano un amore per la propria lingua che rare volte in Europa si registra tra la gente comune. Le lingue africane sono la chiave per lo sviluppo della democrazia del continente. Può esistere democrazia se la gente non può, soprattutto nelle aree rurali, esprimere il proprio pensiero? Può la gente partecipare allo sviluppo del paese se non gli è concesso di esprimersi nelle sue lingue? Questo è stato, e continua ad essere, il modo in cui le genti africane sono state estromesse da ogni dibattito, da ogni possibilità di confronto reale. "Esprimersi nella propria lingua è la cosa più ovvia, eppure, in Africa, la più repressa": in questi termini si è espresso il professor Charles Cantalupo, della "Pennsylvania State University", uno degli organizzatori del convegno, docente di letteratura inglese e noto critico letterario. L'Africa possiede un'antichissima tradizione di narratori orali che dispongono di un patrimonio culturale, storico, poetico, musicale, incommensurabile, ma non trasmissibile perché questi vecchi saggi non conoscono le lingue che dominano il mondo. "Sono loro i giganti, fino ad ora dormienti, del 21° secolo" ha aggiunto Cantalupo. "Sono loro che sono stati costretti a sopravvivere in silenzio sotto la minaccia delle armi. E che ora intendono brandire le loro penne". Il convegno di Asmara si è chiuso con una "Dichiarazione" di cui riportiamo i punti salienti. "... Il colonialismo è stato uno dei maggiori ostacoli contro le lingue e le letterature africane... questi ostacoli di natura colonialista ancora oggi minano l'Africa indipendente e continuano a bloccare le aspettative del continente. All'inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio, l'Africa deve decisamente respingere questa incongruenza ed affermare un nuovo sviluppo facendo ritorno alle sue lingue ed al suo patrimonio. In questo storico convegno noi, scrittori e studiosi di tutte le regioni dell'Africa, riuniti ad Asmara, Eritrea, dichiariamo che:

* Le lingue africane devono assumere il compito, la responsabilità e la sfida di parlare per il continente.

* La vitalità e la pari dignità delle lingue africane deve essere riconosciuta come base per il futuro rafforzamento dei popoli africani.

* La diversità delle lingue africane riflette la ricchezza culturale del patrimonio dell'Africa e deve essere adoperata come strumento per l'unità africana.

* Tutti i bambini africani hanno l'inalienabile diritto di frequentare la scuola e di appartenere alle loro lingue madri. Dovrà essere fatto ogni sforzo per favorire lo sviluppo delle lingue africane ad ogni livello di istruzione.

* La democrazia è essenziale per lo sviluppo paritario delle lingue africane e le lingue africane sono vitali per lo sviluppo di una democrazia basata sull'uguaglianza e sulla giustizia sociale.

* Le lingue africane, come tutte le lingue, sono affette da usi discriminatori di genere. Il ruolo delle lingue africane che si evolvono richiede che esse superino questi problemi e realizzino parità di genere.

* Le lingue africane sono essenziali per la decolonizzazione delle intelligenze africane e per il Rinascimento dell'Africa."

 

 

 

 

Intervista al politologo Burkinabé Joseph Ki-Zerbo

Un'altra emergenza africana

la grande fame di cultura

 

nostro servizio

OUADADOUGU. "In Africa non ci potrà mai essere un vero sviluppo economico e sociale se lo sforzo degli esperti per raggiungerlo non viene inquadrato in una dimensione culturale". Questa affermazione è al centro del pensiero di Joseph Ki-Zerbo. Nato nel Burkina Faso, il suo nome è oggi un punto di riferimento nella storia della cultura dell'Africa accanto a quelli di Amilcar Cabral, Hampaté Ba, Alioune Diop, Léopold Sédar Senghor. Letterato, filosofo e storico, autore di "Histoire de l'Afrique Noire", un'opera fondamentale per la conoscenza del continente africano, è stato chiamato dall'Unesco a dirigere il primo tomo della monumentale "Histoire générale de l'Afrique" in otto volumi, che tratta della "metodologia e preistoria africane". Con gli altri quaranta storici e scienziati africani, Joseph Ki-Zerbo ha dato il via all'elaborazione di una nuova edizione della Storia dello sviluppo scientifico e culturale dell'umanità che abbraccerà i temi dell'evoluzione di tutti i popoli, inclusi quelli che sono appena usciti dall'era coloniale.

D. "Lei ha partecipato all'incontro dell'Unesco sul contributo dell'Africa allo sviluppo dell'umanità che si è svolto a Grand Bassam, in Costa d'Avorio. Ci può illustrare meglio il contenuto dell'incontro?

R. "Nel corso dei lavori, che sono durati tre giorni, sono state delineate le grandi tappe dello sviluppo scientifico e universale del continente africano, prima di valutare il suo apporto alla civiltà universale. Si è cercato di definire il posto dell'Africa nell'insieme dell'opera, sia suggerendo nuove problematiche e metodologie, sia mettendo in relazione i temi più importanti e i tempi più forti dell'evoluzione africana al processo generale della storia umana. L'Africa ha contribuito al progresso dell'umanità, sia attraverso le sue maggiori realizzazioni, sia attraverso lo sfruttamento più tragico del suo popolo. Così è stato fin dalla preistoria, quando l'Africa fu la culla della specie umana e delle prime tecniche, e più tardi con i progressi straordinari dell'Egitto faraonico inventore della scrittura e della scienza, fino ai regni e agli imperi, alla tratta dei negri e alla colonizzazione, all'apartheid e alle lotte di liberazione del ventesimo secolo".

D. " Ma la storia africana è essenzialmente diversa da quella del resto dell'umanità?"

R." Ritengo che bisogni evitare i due eccessi: differenziare radicalmente l'Africa o considerarla come una parte qualsiasi del pianeta. La verità sta in mezzo, poiché la storia africana ha una certa originalità, e ci si può aspettare sempre qualcosa di nuovo. Il suo isolamento geografico, in particolare, costituisce un aspetto singolare che ha portato ad una compartimentazione interna, a un passaggio socioculturale specifico, in seno al quale il processo evolutivo è stato più lento ed endogeno; basti pensare alla varietà delle lingue. La storia deve dunque evidenziare le basi della cultura africana e insistere sulla sua evoluzione. Per citare Paul Valéry, le civiltà sono mortali, possono essere malate o scoppiare di salute, essere fiorenti da un punto di vista e sofferenti da un altro. Così l'Africa dell'epoca coloniale, politicamente spenta, ha conosciuto una grande produzione artistica; la vita dei popoli, come quella degli individui, è equilibrio tra le forze di distruzione e le forze di creazione. Quello che è certo, è che esiste un costante bisogno di rinnovo, e che l'avvenire dei popoli dipende dalla loro capacità interna di creare, inventare, immaginare. Penso che la cultura storica debba far dilatare la "nazione" a dimensioni di continente. Non è affatto un ritorno al tribalismo ma, al contrario, la storia africana è molto più "comprensiva" di quanto si pensi, poiché comprende, congloba molti popoli che, nonostante le diversità linguistiche, hanno avuto molteplici scambi reciproci. La visione del passato può aiutarci meglio a concepire il panafricanismo. In effetti l'Africa ha conosciuto delle "pre-nazioni" molto più estese di quelle moderne, (come i grandi imperi del Medioevo che spingevano la loro zona d'influenza molto lontano) e una mescolanza di popoli molto diversi (come i Mossi, che risultano dalla fusione tra cavalieri nomadi venuti in gruppo dal nord e donne autoctone). La storia non è un peso, ma una leva; direi anzi che costituisce la leva fondamentale dell'azione. La storia dell'Africa può essere maestra di vita per i suoi figli inseriti più attivamente che in passato nella storia del mondo, ma non deve essere soltanto un rifugio, bensì la sorgente, lo specchio in cui possiamo guardarci e riconoscerci, abbeverarci e attingere di che dissetare gli altri. La dimensione culturale della storia è essenziale per lo sviluppo dei popoli. Purtroppo in Africa il deterioramento dei termini di scambio culturale è ancor più grave di quello del settore economico. La sproporzione è spaventosa".

D. "L'Occidente esporta in Africa una massa di beni culturali (libri, film, dischi, giradischi, radio, televisioni, opere teatrali, quadri, lingue, mode) che si aggiungono ai prodotti dell'industria e della tecnica nell'operare una lenta ma inesorabile erosione delle culture africane. E in senso inverso?"

R. Pochi sono i paesi africani che inviano in Europa un gruppo folcloristico, ma questi canti e danze, enucleate dal loro contesto di origine, e programmate secondo le tecniche e le esigenze del pubblico occidentale, spesso ignaro, offrono una visione parziale o deformata della civiltà africana. Ci sono anche alcuni film africani, oggetti d'arte e di artigianato la cui vendita non va a profitto di chi li ha realizzati, ma di una minoranza di intermediari: arte d'aeroporto che in Europa diventa arte da marciapiede. Gli scambi culturali attuali non sono scambi veri e propri, perché si tratta di una corrente a senso unico. Quello che è grave è che, nelle campagne e nei villaggi africani, la cultura popolare - fucina di beni materiali e spirituali - si inaridisce a causa dell'impatto dei beni culturali d'importazione e a causa della massiccia raccolta di oggetti d'arte e di artigianato. Un continente che era un suggestivo museo all'aperto di forme artistiche, si è denaturato in un vasto mercato, mentre gli utensili e gli strumenti della vita culturale quotidiana sono sostituiti dagli oggetti di plastica o dagli ultimi ritrovati tecnici della cultura dominante. Non si tratta di essere contro il progresso, ma non c'è alienazione maggiore di quando il povero perde la propria cultura che costituisce la sua sola ricchezza. E' giusto pagare questo prezzo per accedere allo sviluppo? Certamente no. Tale situazione è dovuta a tre cause principali. In primo luogo, dato che l'economia e la cultura sono interdipendenti, l'Africa subisce più o meno passivamente l'influenza culturale dei poli economicamente più forti (come del resto l'Europa stessa). Inoltre, le culture africane sono intimamente fragili in quanto spesso esclusivamente orali e frazionate nelle microetnie. Ma soprattutto manca una politica culturale da parte degli stati africani che, isolati e con pochi mezzi, non sono in grado di intervenire attivamente negli scambi culturali mondiali. Il che ricorda i tempi dei negrieri, quando i reucci neri locali adottavano i costumi ed il vestito degli europei ai quali rimettevano, in cambio, avorio e schiavi africani".

D. "Lei ha anche preso parte al convegno di Niamey indetto dall'Unesco e dal Consiglio internazionale dei musei sul ritorno o la restituzione dei beni culturali ai loro paesi d'origine".

R. "L'Africa è il continente più amputato di una parte inestimabile del suo patrimonio culturale attraverso le peripezie della sua storia. Il che è ancora più grave se si pensa che questo popolo è stato rappresentato da secoli di letteratura colonialistica come radicalmente handicappato: gente senza storia, felice e chiassosa, cristallizzata nell'infanzia dell'evoluzione. Oggi gli africani chiedendo la restituzione delle loro opere artistiche non reclamano nulla che non sia giustizia. Gli africani sanno che l'arte negra è diventata un ottimo affare per i commercianti di tutti i continenti, per i collezionisti dei paesi ricchi e per i musei. Basti pensare che un bronzo del Benin della seconda metà del XVI secolo raffigurante un suonatore di flauto alto 63 centimetri è stato pagato all'asta della galleria londinese di Sotheby circa quattrocento milioni di lire. Va detto che non tutti i pezzi d'arte africana circolanti sul mercato mondiale sono stati asportati in epoca coloniale. Spesso sono i turisti o i lavoratori africani emigrati in Europa che introducono la merce. Altre volte sono gli etnologi che, in missione ufficiale, mettono da parte qualche esemplare di valore per arrotondare lo stipendio. Altri approfittano di disordini nei paesi africani o di situazioni belliche per mettere la mano su pezzi conservati nei musei, sovente incustoditi e non catalogati. I soldati dell'ONU, ad esempio, hanno quasi vuotato il museo di Lubumbashi (nell'ex Katanga). E neppure uno degli esemplari riprodotti nel volume "L'art de l'Afrique Noire au pays du fleuve Zaire" è reperibile nel continente africano. Il Presidente del Comitato internazionale dei musei d'etnografia, Guagemary, ha dichiarato: "Spesso i beni culturali appartenenti alle vecchie colonie sono stati trasferiti in Europa e negli Stati Uniti illegalmente. Non solo la legge ci obbliga a restituirli, ma abbiamo il dovere morale di farlo". Comunque il problema non è di facile soluzione. La Germania federale, ad esempio, che non ha un passato coloniale recente, possiede dei pezzi rari per un valore di dieci milioni di marchi, come il celebre trono di Bamum (Camerun), scolpito e ornato di perle e che si trova al museo di Berlino. Un direttore di museo africano ha affermato: "L'Europa ha commesso un furto culturale. E' tutta la storia degli africani, popolo senza scrittura, che è stata loro strappata". Con l'indipendenza politica del periodo post-coloniale si è rapidamente instaurato nei paesi africani un allineamento - nato dall'imperialismo culturale e dal mimetismo che l'accompagna - meno visibile dell'allineamento politico, militare o economico, ma proprio per questo più sottile, penetrante e pericoloso per l'autenticità dei popoli. Così, il consumo degli oggetti della tecnica, delle macchine prodotte dalle potenze occidentali, provoca nel nuovo ambiente l'evocazione degli stessi valori. Nessun oggetto tecnico è culturalmente neutro, in quanto portatore del codice della società in cui è stato concepito. Ogni manufatto è ambasciatore di una certa cultura, mentre le materie prime e i prodotti grezzi che l'Africa esporta non sono portatori di alcun messaggio sociale o culturale. Lo scambio tra nord e sud è drammaticamente e qualitativamente diseguale. L'erosione culturale viene anche dai sistemi educativi e scolastici, ricalcati spesso sul modello dell'epoca coloniale, dagli aiuti alimentari, dall'industria turistica. E' in questo modo che la droga e le deviazioni sessuali si diffondono in certi paesi africani. E l'aver trascurato l'aspetto culturale nei progetti di cooperazione economica o di sviluppo industriale ha portato la realizzazione di troppe dighe inutili, di programmi di promozione rurale abortiti, di pools "industriali sproporzionati". Nell'attesa di una "Convenzione di Lomé" in campo culturale, Ki-Zerbo auspica la cooperazione orizzontale tra paesi africani: su questo terreno la cooperazione culturale europea con l'Africa sarebbe benefica e feconda.

 

 

La scelta spetta alle popolazioni

Per 35 milioni di saheliani

difficile la strada del riscatto

 

OUAGADOUGOU. Il nuovo millennio per il Sahel non appare molto terso, né socialmente né economicamente. Gli esperti del "Club del Sahel", organismo specialistico dipendente dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a Parigi, concordano nel ritenere che il Sahel sarà nei prossimi 25 anni quello che ne faranno le popolazioni locali e non più gli interventi internazionali. Adesso sono i governi dei paesi del Cilss che devono scegliere fra tre posizioni: ripiegarsi su se stessi per limitare le importazioni, oppure aprirsi sui mercati mondiali favorendo le esportazioni o ancora seguire una via mediana che protegga meglio le loro fragili economie. E' indispensabile altresì ridurre la profonda frattura che si è aperta tra la società tradizionale rurale e pastorale e la popolazione urbanizzata: quest'ultima si lascia attrarre dal circuito alienante e corrosivo della burocrazia pletorica delle amministrazioni centrali e dalla moda occidentale del consumismo. Ecco perché la via d'accesso degli stati saheliani ad una certa crescita rimane stretta. C'è solo da sperare che una nuova generazione di saheliani, dinamici, dotati di senso civico, capaci di assumersi responsabilità, decisi ad utilizzare gli aiuti internazionali nel solo interesse degli abitanti, riescano a rimuovere le situazioni di ristagno economico e di degrado socio-politico ereditate dai loro predecessori. Politicamente si intende invece per Sahel l'insieme di nove paesi sub-sahariani, membri del Comitato interstatale per la lotta contro la siccità nel Sahel (Cilss), con sede a Ouagadougou (Burkina Faso) ed i cui membri sono Mauritania, Capo Verde, Senegal, Gambia, Guinea Bissau, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad. La popolazione globale degli stati del Cilss si avvicina ai 35 milioni di abitanti, di cui 25 vivono in condizioni sociali, ambientali e alimentari molto precarie. In gran parte dediti ad attività pastorali, hanno visto la loro già difficile esistenza piagata senza speranza dalle calamità naturali degli ultimi vent'anni, prevalentemente la siccità, la carestia, la sete, l'annientamento del bestiame e la desertificazione. Anche se negli ultimi anni un certo ritorno della pluviometria ha migliorato i raccolti e ha fornito un discreto potenziale irriguo, soprattutto nelle zone attraversate dai grandi corsi d'acqua, gli stati del Cilss continuano a subire il fenomeno della desertificazione con grave perdita di fertilità dei suoli, la distruzione della microfauna e della microflora e il conseguente deficit cerealicolo. Fa eccezione la sola Guinea Bissau, che si è aggregata al Cilss contando di trarne alcuni vantaggi legati agli aiuti e all'assistenza internazionali, ma che fa parte integrante dell'Africa tropicale e ne ha tutte le caratteristiche naturali. Secondo uno studio recente del Fondo Europeo di Sviluppo, l'incremento demografico della popolazione saheliana, nelle zone dove la siccità ha distrutto l'equilibrio ecologico e l'equilibrio sociale costruito sul rapporto coltivatore-terra-pastore-allevamento, renderà indispensabile entro il 1990 lo scavo di altri centomila pozzi. E nonostante questo incremento di disponibilità idrica la media generale del Sahel alla fine del secolo non supererà i venticinque litri d'acqua al giorno per abitante, incluse le quote per le attività agricole: tre volte meno dei parametri del normale consumo urbano e rurale nei paesi occidentali. In ogni caso tali progetti e interventi "puntuali" hanno un'indubbia validità politica e sociale per i paesi beneficiari, perché in breve tempo le popolazioni saheliane potranno rinunciare agli umilianti e "soporiferi" aiuti alimentari d'emergenza e frenare il degrado ambientale ritrovando una via verso l'autosufficienza alimentare. I problemi che i nove paesi membri del Cilss ritengono prioritari, si riassumono nel trinomio "acqua-agricoltura-bestiame" e nei binomi "trasporti-commercializzazione" ed "energia-trasformazione". L'esperienza ormai consolidata dello sviluppo dei paesi africani a sud del Sahara, ha ampiamente dimostrato che i programmi più seri e proficui in un contesto regionale non riescono a decollare senza l'aiuto di adeguate strutture di trasporto e di commercializzazione. Solo queste garantiscono i rifornimenti regolari di materiale e di materie prime e l'evacuazione rapida dei prodotti agricoli e industriali finiti, rendendo gli interscambi Sud-Sud generatori di prosperità.

 

 

 

Pozioni miracolose in farmacia

La medicina dei guaritori

rivalutata dalla scienza

 

BANAKO. E' suonata l'ora della riscossa per la medicina tradizionale africana: erbe miracolose e pozioni segrete entrano in farmacia; guaritori equiparati al rango di medici della sanità pubblica. I misteri di una sapienza che non recide il legame tra l'uomo e la natura sono diventati terapie usuali. Questa rivalutazione della medicina e della farmacopea africana si afferma sempre più a sud del Sahara e soprattutto in Mali, grazie anche all'apprezzamento del mondo accademico ufficiale. Perfino i governi, fino a qualche tempo fa molto sospettosi, oggi incoraggiano apertamente l'integrazione delle cure alternative tradizionali nei moderni sistemi sanitari nazionali. Lo Zimbabwe, ad esempio, ha istituito un ordine professionale nazionale dei guaritori. Il Ghana ha deciso di consentire ai giovani "stregoni" di ottenere una laurea universitaria che ne fa dei "native doctor", cioè dei medici indigeni. Il Mali è stato forse tra i primi a istituzionalizzare l'esercizio della medicina tradizionale, emanando una normativa che regola la professione: d'ora in poi i guaritori della foresta e della savana dovranno essere interpellati con un rispettoso "Monsieur le Docteur". Tuttavia è incontestabile che la maggioranza della popolazione africana continua a rivolgersi ai suoi guaritori locali. Soltanto una minima parte di gente urbanizzata o socialmente elevata si rivolge ai medici moderni o alle strutture ospedaliere convenzionali. Con la scrittura e il cristianesimo, la colonizzazione europea ha introdotto in Africa Nera anche la scienza medica, ma l'arte di guarire con l'aiuto della natura è rimasta predominante presso tutte le tribù autoctone. Da sempre i guaritori, impropriamente chiamati da noi bianchi "stregoni" e così bollati dalla letteratura coloniale, si servono di farmaci galenici, cioè di polveri, soluzioni, miscugli di composizione non definita e segreta, preparati direttamente con semplici operazioni meccaniche. Il medico tradizionale africano è anzitutto un erborista, erede unico di pratiche ancestrali, detentore del segreto e dell'efficacia di certe piante, specializzato nella cura di una o più malattie. E al mondo delle erbe africane oggi si rivolgono in molti: in Camerun per esempio, un farmacologo, il dottor Wandij, ha estratto dalle radici di una piante locale (il cui nome è per ora coperto da segreto) una sostanza dotata di potere anti-infiammatorio e, secondo quanto afferma lo studioso camerunese, anti-cancerogeno. Ci ha precisato che lo "sciroppo gamma", ottenuto dalla pianta in questione, è stato sperimentato con successo su numerosi malati: in particolare si è osservata la scomparsa totale di emorroidi e la diminuzione di volume di tumori maligni. La piante serve anche a curare la bilharziosi, malattia provocata da un verme parassita e gli indigeni la usano correntemente come condimento. Da un'altra pianta della savana viene estratto un farmaco, noto con il nome di woutene ou beut, che ha registrato successi nella cura della lebbra. Ma i medici africani non sono solo erboristi: sempre più spesso il trattamento delle fratture ossee è affiancato dagli ortopedici e dai traumatologi ufficiali ai tradizionalisti, i quali conoscono sistemi di manipolazione e di immobilizzazione degli arti particolarmente efficaci. Il patrimonio della medicina tradizionale, insomma, è multiforme. Al punto che il professor Sankalé, decano della facoltà di medicina di Dakar (Senegal), ha affermato che "tutto l'avvenire della scienza medica africana dipende dall'impegno che medici e scienziati metteranno nello scoprire e adottare i segreti empirici che i guaritori hanno finora tenuto ben stretti".

 

 

 

 

 

Abili nel guarire le malattie mentali

Gli stregoni integrati

nei servizi sanitari

 

 

DAKAR. Il fiore all'occhiello della medicina tradizionale è rappresentato dai risultati sensazionali della terapia per la cura delle malattie mentali. Anche i medici e gli specialisti europei che lavorano negli ospedali e nelle cliniche africane ammettono ormai che i guaritori riescono a risolvere completamente e in brevissimo tempo nevrosi acute e forme avanzate di pazzia. A tal punto che le autorità sanitarie governative di vari stati hanno deciso di integrare i guaritori nei servizi psichiatrici e di igiene mentale a livello di villaggio, così da evitare la creazione di istituzioni chiuse come manicomi e asili. La medicina tradizionale distingue vari tipi di malattie mentali. I pazzi possono essere vittime degli spiriti degli antenati che, offesi e trascurati, si vendicano su un membro della famiglia diminuendo o annullando le sue facoltà mentali. Oppure sono stati colpiti da geni cattivi, esseri innumerevoli e invisibili capaci di asservire lo spirito dell'uomo e dirigerlo a loro piacimento. I rimedi variano a seconda della regione e del guaritore: polveri, scorze d'albero, radici, foglie, estratti animali somministrati per ingestione, inalazione, massaggio, aspirazione insieme a tabacco, instillazione attraverso incisioni cutanee, immersione. Tuttavia la cura specifica del malato mentale è la "depossessione" dello spirito, una specie di esorcismo per far abbandonare la preda al genio parassita: in questa fase entrano in gioco amuleti, formule magiche e, in certi casi, scarificazioni (cioè incisioni cutanee) di parti del corpo del paziente.

L'altro aspetto tipico delle "medicine parallele", fondate, oltre che sulla farmacopea empirica e naturale, su pratiche magiche che presuppongono una determinata cosmologia è una visione spirituale del mondo. Il ricorso al sacro e al soprannaturale ha, nella medicina tradizionale, il compito di dare al malato fiducia nella vita e metterlo in armonia con il cosmo. Aspetto capitale di questa armonia cosmica è, nella concezione africana, il rapporto con gli antenati e con i familiari viventi. I guaritori, perciò, partono dal presupposto che la follia è una rottura d'equilibrio non solo del sistema biologico umano, ma anche del processo di adattamento del sè al proprio io e alla società (dei vivi e dei morti). Le terapie pertanto assegnano un ruolo importante alle pratiche magiche legate al culto degli antenati e alla reintegrazione del malato di mente nella vita sociale della comunità di appartenenza.

 

La Liberia invita gli investitori esteri

La posta in gioco: lo sfruttamento

di ingenti giacimenti petroliferi

 

MONROVIA. Nonostante un rischio politico ancora notevole, la Liberia sta creando una società nazionale ed ipotizza la creazione di una legislazione allettante per attirare le grandi compagnie petrolifere operanti in questo settore. A Londra, il 26 ottobre 1999, il ministro liberiano del territorio, delle risorse minerarie e dell'energia, Jenkins Dunbar, aveva informato che il suo paese era un "territorio vergine" per le compagnie petrolifere. Sono stati censiti sei bacini sedimentari che coprono 50.000 metri quadrati e che custodiscono idrocarburi di alta qualità. Tuttavia, secondo Jenkins Dunbar queste risorse non hanno potuto essere sfruttate per mezzo delle strategie messe in opera nel passato. La futura società nazionale sarà in prima linea durante i negoziati con le compagnie petrolifere. Lo scopo della manovra è quello di permettere al governo di partecipare alla gestione e all'esplorazione, insieme al settore privato. La società nazionale liberiana si occuperà anche della ricerca di finanziamenti. Quanto al governo, esso ipotizza la possibilità di effettuare ricerche grazie ad una tecnologia a due o tre dimensioni per permettere la delimitazione dei nuovo blocchi di Exploitation.

 

 

 

 

Ambizioso progetto sul Delta del Niger

Nuovi pozzi petroliferi e un oleodotto

ma si teme il ripetersi di disastri ecologici

 

Secondo notizie diffuse dalla Banca mondiale - World Bank Development News 8 e 10 dicembre 1999 - l'Agip sarebbe interessata ad entrare nel progetto Chad-Cameroon Oil and Pipeline. Progetto che, al costo di 3,5 miliardi di dollari, prevede l'apertura di 300 pozzi petroliferi nel sud del Ciad e la costruzione di un oleodotto di circa 1.100 chilometri che attraverserà il Camerun fino alla costa. E' attualmente il progetto più controverso tra quelli finanziati dalla Banca mondiale. Da oltre tre anni infatti su di esso sono puntati gli occhi della comunità internazionale che teme il ripetersi di disastri ambientali e umani sul modello nigeriano nell'area del delta del Niger. La notizia di un eventuale impegno dell'Agip allarma non poco la Campagna per la riforma della Banca mondiale (un cartello di 41 organizzazioni non governative e associazioni ambientaliste italiane) che ha lanciato un appello-lettera aperta al presidente dell'Agip e al governo italiano. Eccone alcuni stralci. "Desideriamo trasmetterle tutta la nostra preoccupazione riguardo a tale eventualità. Il progetto Ciad-Camerun allo stato attuale potrebbe ripetere l'esperienza tragica del delta del Niger, dove l'Agip è già direttamente coinvolta. Partecipare anche al progetto Ciad-Camerun contraddirebbe ulteriormente le dichiarazioni e gli impegni ufficiali dell'Agip in supporto alla tutela dell'ambiente, difesa dei diritti umani e sviluppo sostenibile. A quanto ci è dato sapere, dal novembre 1999 la Exxon sta cercando nuovi partner per il progetto Chad-Cameroon Oil and Pipeline, in seguito all'annuncio della possibile defezione parziale della Shell ed Elf Aquitaine dal consorzio che ha avuto licenza sul progetto di estrazione e trasporto del petrolio nel 1988. La Exxon sta ora cercando di convincere i potenziali partner che il progetto è in avanzato stato di definizione e privo di particolari problemi tecnici e socio-ambientali. "La fitta rete di oleodotti che congiungeranno i trecento pozzi di petrolio in Ciad con la "pipeline" principale del Camerun potrebbe inquinare la falda acquifera sottostante, unica sorgente di acqua per questa regione già affetta da scarsità di risorse idriche per l'irrigazione. Anche le attività tradizionali di pesca nel lago Ciad e nei fiumi della regione verrebbero gravemente compromesse da eventuali sversamenti di greggio. In cambio di opportunità di lavoro a tempo determinato, la popolazione potrebbe pagare un caro prezzo: la distruzione delle fonti di sussistenza ed alimentazione, nella regione considerata il granaio del Ciad". "L'oleodotto attraverserà 17 fiumi in Camerun e aree di foresta tropicale estremamente delicate, sboccando quindi in Kribi, sulla costa atlantica, area ricca di risorse ittiche. Nella zona sono anche sviluppate alcune attività turistiche che verrebbero compromesse dalla presenza di un terminale off-shore. Ci auguriamo che l'Agip sospenda ogni trattativa per entrare nel consorzio del progetto Chad-Cameroon Oil and Pipeline".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A 500 anni dalla "scoperta" del Brasile

La popolazione indios in lotta

per sopravvivere al progresso

 

di Cristina Gastaldi*

Il 21 aprile 2000 si è celebrato il cinquecentesimo anniversario della "scoperta" del Brasile: cinquecento anni in cui le popolazioni indigene sono state minacciate e sterminate dal "progresso" del mondo occidentale. Dopo cinquecento anni gli indios brasiliani stanno ancora oggi lottando per poter vivere nelle loro terre: la "Terra Indigena Raposa"-Sierra do Sud" continua a fronteggiare le minacce sempre più violente dei minatori che la invadono e la distruggono, alla ricerca dell'oro. Per questo è stata richiesta una demarcazione più decisa e protetta della zona di terra destinata agli Indios, terra che si presenta ora come un unico territorio e che invece i minatori vorrebbero divisa in oasi per poterla sfruttare. Il "Consiglio Indigeno di Roraima" (CIR) aveva predisposto dei blocchi stradali per impedire il rifornimento dei "garimpeiros" (i cercatori d'oro) ed ha raccolto migliaia e migliaia di firme per ottenere l'omologazione e la demarcazione della terra "Terra Indigena": ma il Presidente del Brasile, Cardoso, che subisce le pesanti pressioni dei politici, dei proprietari terrieri e delle imprese minerarie che si oppongono drasticamente al progetto, non ha ancora dato il via libera alla demarcazione. Del resto, la strategia di violenza e corruzione dei potenti è riuscita a manipolare anche alcuni Indios, indotti a sostenere la demarcazione delle terre "per isole", rompendo così l'unità politica e territoriale della lotta. Ma la battaglia continua anche perché il risultato di queste trattative costituirà un precedente di grande importanza per tutte le altre dispute indigene riguardanti le terre in Brasile.

* di Mani Tese

 

 

Accordo di cooperazione militare con il Canadà

Jet italiani in esercitazione

nei cieli del Labrador

 

OTTAWA. Il Ministro della Difesa, l'onorevole Art Eggleton, ha annunciato che i governi canadese e italiano hanno siglato un accordo a Roma per le esercitazioni a bassa quota dell'aeronautica italiana a Goose Bay (5Wing), nel Labrador. Le squadriglie italiane cominceranno le esercitazioni nell'anno in corso. L'aviazione italiana si unirà alle squadriglie della Royal Air Force inglese, dell'aeronautica tedesca e di quella olandese in esercitazioni autonome sulle vaste aree da esercitazione, abitate in modo sparso: "Questo nuovo accordo con gli italiani è un chiaro esempio dei molti modi con cui il Canada contribuisce all'alleanza NATO" ha detto il signor Eggleton. "Per Goose Bay e le comunità circostanti queste sono notizie emozionanti perché confermano l'eccellenza della 5 Wing come un'opportunità di allenamento internazionale a livello mondiale". Il programma italiano comincerà con 6-8 aerei da combattimento, 150 persone che si alterneranno al servizio, un distaccamento permanente di 10-15 persone e circa 800-1000 missioni. Nei prossimi anni il programma potrà crescere fino ad impiegare circa 12 aerei da combattimento, 250 impiegati che lavoreranno a turno, un distaccamento permanente di circa 20 persone e un ritmo di voli di circa 2000 missioni all'anno (5,4 al giorno). La politica del governo canadese promuove l'aumento dei voli di allenamento degli Alleati a Goose Bay fino a tre volte l'attuale livello di attività (oggi si parla di circa 6.000 uscite all'anno) (passando da 16,4 voli giornalieri a circa 50 ndr). Tutti i voli di allenamento che si svolgono a Goose Bay sono soggetti alla sovranità e alle leggi canadesi, tutti i costi dei voli vengono recuperati e l'ambiente viene salvaguardato dagli effetti nocivi dei voli a bassa quota. Di conseguenza, l'aviazione italiana si aspetta di recuperare i costi effettivi delle esercitazioni di volo. Il programma proposto costerà all'aviazione italiana 6 milioni di dollari canadesi il prossimo anno, escluse le spese di avviamento. Negli anni seguenti, le spese italiane in Canada potrebbero aumentare fino ad arrivare a 9-10 milioni di dollari all'anno o a circa 100 milioni per un accordo di durata decennale. Tutte le forze militari attualmente a Goose Bay ridurranno i costi operativi a causa delle economie di scala e di una divisione dei costi comuni. Per effetto degli investimenti militari, la comunità civile locale e regionale probabilmente beneficerà di maggiori posti di lavoro. Questa operazione rafforzerà le relazioni militari Canada-Italia.

 

 

 

 

 

Appello (senza risposta) anche all'Italia da parte degli Innu

Violenze diffuse e devastazioni ambientali

così muore un popolo indigeno in Canadà

 

nostro servizio

OTTAWA. Fino a 30 anni fa, quando il governo canadese li costrinse a divenire stanziali, gli Innu vivevano come cacciatori nomadi nelle foreste della penisola del Labrador. Oggi abitano in comunità lacerate dagli abusi sui minori, dalle violenze familiari, dall'alcool e dai suicidi. Il Canada sembra determinato a invadere la terra degli Innu, che rappresenta la loro unica speranza di sopravvivenza, con una serie di devastanti progetti realizzati nonostante gli indigeni non abbiano mai firmato alcun trattato di cessione dei loro territori. Sulle terre Innu, inoltre, le forze aeree della NATO compiono esercitazioni di volo a bassissima quota che provocano gravi disturbi psicologici nella popolazione e distruggono la flora e la fauna da cui dipende la sua sopravvivenza. Dopo la tragedia del Cermis, anche l'aeronautica italiana ha deciso di trasferire le sue esercitazioni militari sulle terre degli Innu, che si sono appellati al nostro governo senza nemmeno ricevere risposta. Gli Innu sono gli abitanti aborigeni della penisola del Labrador, nel Canada orientale. Il loro territorio, che loro chiamano Nitassinan, è attualmente diviso tra le province di Terranova e del Québec. Vivono di caccia (si cibano principalmente di caribù), di pesca e raccolta dei frutti spontanei delle foreste che ricoprono la loro regione. Il territorio innu, inoltre, a differenza di quello degli Inuit, è ricco di risorse naturali ed è strategicamente importante. Il governo canadese sta promuovendo lo sviluppo intensivo della Nitassinan sin dagli anni '70, quando realizzò il gigantesco progetto idroelettrico delle Cascate Churchill allagando il cuore delle terre indigene. Oggi, quasi tutto il territorio della Nitassinan è minacciato dalla costruzione di strade e di nuovi impianti idroelettrici, dal turismo, dalle attività minerarie e dalle esercitazioni militari effettuate a bassissima quota. Anche se gli Innu si oppongono a tali progetti e sono in corso delle negoziazioni per le loro rivendicazioni territoriali, il Canada si rifiuta di sospendere lo sviluppo. "Il governo del Canada è direttamente responsabile delle spaventose sofferenze del popolo innu. Dietro il suo volto innocente ed evoluto, il Canada nasconde comportamenti peggiori di quelli di molti paesi del terzo mondo", ha dichiarato Stephen Corry, Direttore di Survival. "Se i canadesi sapessero cosa sta accadendo ne rimarrebbero certamente scandalizzati". Sembra incredibile che si verifichi questo genocidio all'insaputa del resto del mondo. Ma è proprio così: oggi, a causa della perdita progressiva della terra e dell'identità, tra gli Innu si registra il tasso di suicidi più alto della terra. E tutto questo accade in un paese ricco e democratico come il Canada. Fino a trent'anni fa, nessuno aveva mai mostrato interesse per il territorio degli Innu; tutti pensavano che fosse solo una terra fredda e sterile. Ma quando si scoprì che quei luoghi custodivano giacimenti di nickel e immense risorse idriche, il governo canadese cominciò ad appropriarsi anche di questa remota regione, sottraendo ad un intero popolo la terra che abitava da 7000 anni; quasi che i suoi abitanti non avessero gli stessi diritti di tutti gli esseri umani. L'organizzazione mondiale di sostegno ai popoli tribali "Survival" ha reso pubblico un nuovo rapporto in cui il Labrador viene definito "Il Tibet del Canada" e denuncia una situazione drammatica e inaccettabile: " Non c'è bisogno di ucciderli perché si uccidono da soli..." Le conseguenze sono drammatiche. A suicidarsi sono soprattutto bambini e adolescenti: nessun essere umano riuscirebbe ad adattarsi a un mondo in cui viene sistematicamente screditata la sua cultura, sgretolata la sua identità, violato ogni diritto. I problemi sono moltissimi: il trasferimento forzato in villaggi prefabbricati dove gli Innu devono vivere in modo stanziale; le violenze; gli abusi sessuali; la suddivisione del territorio in oltre 250.000 concessioni di sfruttamento minerario; la costruzione di giganteschi progetti di sviluppo che devastano l'ambiente e, per finire, la presenza nelle loro terre di una base militare NATO.

 

 

Microfinanza a favore dei paesi poveri

La missione umanitaria

si sviluppa su Internet

PARIGI. "E' la prima missione umanitaria elettronica che utilizza Internet per favorire lo sviluppo dei paesi più poveri". Così Jaques Attali presenta la sua ultima invenzione, PlaNet Finance, un'associazione senza fini di lucro, che mette le nuove tecnologie al servizio della microfinanza, considerata uno strumento fondamentale per combattere la povertà ai quattro angoli del pianeta. L'ex consigliere di François Mitterand nonché ex Presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ne parla con entusiasmo, mostrando al visitatore molti computer che ingombrano la nuova sede parigina dell'associazione, in cui lavorano una quarantina di persone. Sono loro che animano il sito PlaNet Finance (www.planetfinance.org), il vero e proprio centro di gravità di questa iniziativa da poco operativa, ma che conta già diecimila contatti al giorno. Per farla decollare Attali, che lavora gratuitamente, ha saputo coinvolgere molti dei suoi amici importanti, dal Presidente del Senegal Abdou Diouf, all'ex segretario dell'Onu Boutros-Gahali, da Shimon Peres a Michel Rochard, a Bernard Kouchner. Ma anche Bill Joy, il proprietario di Sun Microsystems, Massimo Ponzellini, il vicepresidente della Banque Européenne d'Investissement e naturalmente Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank del Bangladesh, la più famosa delle banche dei poveri. "L'idea", spiega Attali," è nata un paio di anni fa in Colorado, durante un seminario organizzato dal segretario della Banca Mondiale sui mezzi per combattere la povertà. Io vantai l'utilità della microfinanza, facendo notare che i suoi risultati sono molto efficaci, ma quasi del tutto sconosciuti in Occidente, che di conseguenza non la sostiene adeguatamente. Secondo me, era più che mai necessario far comunicare gli attori della microfinanza con il nostro mondo e con il mercato, aiutandoli a farsi conoscere e a trovare nuovi finanziamenti. E naturalmente Internet era lo strumento più adatto a questo scopo".

D: Perché il microcredito combatte efficacemente la povertà?

R: Perché permette a persone che non hanno nulla di diventare economicamente autosufficienti. Le banche dei poveri infatti prestano piccolissime somme di denaro a persone a cui di solito le banche non prestano proprio niente perché troppo povere per fornire una qualsiasi garanzia. Gli istituti di microcredito invece si fidano finanziando così nuove attività economiche, visto che questi crediti non sono destinati ad acquistare beni di consumo, ma solo a creare microimprese artigianali. Creano quindi lavoro, combattono l'usura e il tasso di rimborso è del 97%, ben più alto di quello delle banche tradizionali: i poveri infatti rimborsano sempre. Oggi in tutto il mondo ci sono 7000 banche dei poveri, che finanziano 15 milioni di persone. Poi naturalmente aiutiamo le banche dei poveri a reperire nuovi fondi e in futuro contiamo di creare una vera e propria banca con i doni dei privati. Vorremmo anche aprire un sito di e-commerce per vendere i prodotti dei clienti delle banche dei poveri. Insomma, tante attività in cui Internet permette di agire più rapidamente, capillarmente, in maniera più trasparente e con costi di gestione infinitamente più bassi rispetto ai metodi tradizionali".

D: Le organizzazioni umanitarie in passato finanziavano soprattutto grandi progetti. Il micro-credito rappresenta una inversione di tendenza?

R: "Tutti e due gli approcci sono utili. Tuttavia finora ci si è occupati fin troppo delle grandi infrastrutture e non abbastanza della gente. Col risultato che due o tre miliardi di persone si sono trovate tagliate fuori dallo sviluppo. Inoltre i grandi progetti internazionali hanno spesso favorito sprechi e corruzione. Il nostro approccio invece, permette un controllo continuo sui progetti e sull'uso dei finanziamenti".

D: Come ha reagito alla vostra iniziativa il mondo della finanza e dell'impresa?

R: "Per ora la reazione è ottima. Tra i nostri mecenati ci sono diverse banche e praticamente tutta la comunità delle nuove tecnologie, che ci aiuta finanziandoci o prestandoci personale competente. Internet fa guadagnare molto a molta gente, che però ha anche bisogno di sentirsi utile e di dare un senso alla propria vita. Per lo stesso motivo negli anni '70 alcuni giovani medici crearono Médicins Sans Frontières; oggi è il turno di chi lavora nel mondo delle nuove tecnologie, visto che è animata dalla stessa motivazione ideale. E' per questo che la gente ci aiuta, consentendoci di svilupparci rapidamente. Tra poco, per esempio, apriremo una sede di Planet Finance negli Stati Uniti e subito dopo anche in Spagna. Un giorno spero di poter lavorare anche in Italia".

D: Tanto entusiasmo significa che sta nascendo un nuovo capitalismo etico?

R: "Io ci credo. Oggi c'è il desiderio di utilizzare Internet e le nuove tecnologie in un altro modo, non solo per accumulare ricchezze ma anche per aiutare i più poveri. Che sia un modo per mettere a tacere i sensi di colpa? Forse, ma è sempre meglio di niente. Qualcuno dice che siamo l'alibi umanitario di Internet, ma allora bisognerebbe dire anche che la socialdemocrazia è un alibi del capitalismo".

D: Per il momento, però, le nuove tecnologie stanno soprattutto aggravando le disuguaglianze tra nord e sud.

R: Lo sappiamo. Come pure sappiamo che la distanza che separa la nostra piccola impresa dalle immense fortune prodotte da Internet è enorme. Le nuove tecnologie non risolvono le contraddizioni sociali. Internet però consente l'accesso a molte più informazioni e a molta più gente. Per questo è un formidabile strumento di progresso".

 

 

 

 

 

 

Un'isola ribelle nell'arcipelago delle Comore

Mayotte, comunità islamica

che intona la Marsigliese

A metà strada tra l'Africa e il Madagascar, l'arcipelago delle Comore, ex colonia francese, raggruppa quattro isole vulcaniche. Tre di esse, Anjouan, Mohèli, e Grande Comore, indipendenti dal 1975, per volontý quasi unanime della popolazione consultata con referendum, sono organizzate in Repubblica Federale Islamica: un'entità politica discretamente favorita dalla Francia e, meno discretamente dai mercenari di Bob Denard che nel dicembre 1989, dopo líassassinio del presidente delle Comore, Ahmed Abdallah, sono stati espulsi. L'incredibile accadde invece con la quarta isola, Mayotte (Maore), quando il 60% dei suoi abitanti disse no all'indipendenza, scegliendo di restare francese. Da allora l'ex colonia gode di un regime di collettività territoriale a carattere dipartimentale: un regime unico nel suo genere nell'ambito delle istituzioni francesi, creato nel 1976 dal gollista Jean Foyer e non privo di ambiguità, che doveva essere provvisorio. Anche perchè la giovane Repubblica delle Comore, sostenuta da diverse organizzazioni internazionali, ed in particolare dall'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana), reclamava il possesso della quarta isola, creando motivi di tensione in questa regione strategica nello stretto del Mozambico. A sua volta la popolazione di Mayotte insisteva presso l'imbarazzato governo di Parigi per ottenere il definitivo e rassicurante status di dipartimento d'oltremare (Dom), che la legherebbe per sempre alla Francia metropolitana. Finora la richiesta è sempre stata elusa dai governi francesi con varie scuse: Mayotte, sottosviluppata, scarsamente francofona, retta dal diritto coranico e consuetudinario, non avrebbe i requisiti di compatibilità economica e sociale adeguati alla sua aspirazione. Nonostante i 7.500 Km che la separano dalla Francia, la comunità territoriale Maorese, è fornita di infrastrutture e prodotti francesi. Cabine telefoniche e buche delle lettere sono le stesse che a Parigi, solo che l'elenco telefonico contiene appena 9 pagine, comprese quelle gialle; e in tutta l'isola esistono due distributori di benzina e trenta camere d'albergo. Quattromila europei vivono a Mayotte (il turismo non esiste): funzionari e insegnanti francesi, con mogli e figli, i quali dopo un soggiorno di due anni tornano in patria o ripartono verso qualche altra lontana spiaggia d'oltremare; ma vi sono anche altri europei, che hanno messo radici a Mayotte, dopo aver vagabondato per anni tra l'Indocina, l'Algeria, il Madagascar, seguendo gli sviluppi della storia e della geografia della Francia dopo la seconda guerra mondiale. Sia che lavorino nel settore pubblico, sia in quello privato, sono questi francesi di adozione a governare effettivamente l'isola insieme a un pugno di indiani, sudafricani e creoli. Quanto ai moresi, sono risultato di un cocktail genetico ed espressione di una cultura composita. Persiani e arabi che diffusero l'Islam nell'isola, si sono mescolati per secoli mediante matrimoni o concubinaggi agli africani autoctoni che abitavano le Comore probabilmente dallíetà del ferro, con apporti di malgasci, indonesiani, indiani ed europei, che hanno inoltre contribuito a creare un campionario di tutte le varietà possibili di meticciato. Nonostante il rifiuto della autoannessione alla Francia, Parigi ha però promulgato una legge quadro che prevede l'estensione a tutta l'isola della rete elettrica, la creazione di un porto in acque profonde, e forse la costruzione di una pista di atterraggio per i grandi aerei. Dal 1986 ad oggi, circa un miliando di franchi sono stati investiti per avviare lo sviluppo e portare il progresso nella grande e nella piccola terra. Mamouazou è persino esplosa di attività: limitata sinora alla piazza del mercatino locale, e a qualche edificio sparso, la cittadina è cresciuta rapidamente. Le iniezioni finanziarie hanno portato soldi e affari, ma anche lavoratori immigrati dalle vicine Comore, saliti in breve a oltre 10.000 e non sempre ben accetti ai maoresi, che li accusano di concorrenza sleale sul mercato del lavoro perchè si adattano a guadagnare la metà del salario minimo legale pari a circa 170 dollari Usa. CosÏ sono arrivati anche i mali dello sviluppo: il traffico, la piccola criminalità, il disadattamento giovanile. Il 60% degli isolani ha meno di 20 anni, e non esistono giudici tutelari nè servizi educativi. Molti maoresi temono che a questo punto le strutture e la morale islamiche siano in pericolo a contatto con i costumi occidentali: la TV, il consumismo importato dai francesi metropolitani. Mayotte, seducente isola di sole circondata da lagune blu e coralli, è destinata a cambiare.(Attilio Gaudio)

 

 

 

 

 

 

Una zona di libero scambio euro-mediterranea entro il 2010

Allo stato attuale, l'elemento più avanzato e più credibile del Partenariato euro-mediterraneo è la creazione, entro il 2010, di un'area di libero scambio che, per dirla con le parole della Commissione, costituirà la più grande area di libero scambio del mondo, con una popolazione compresa tra i 600 e gli 800 milioni di persone e con la partecipazione di circa 30 o 40 stati (European Commission, 1994). I fattori che hanno fatto sì che il progetto di creazione di un'area di libero scambio formasse il nucleo centrale della politica di partenariato sono due. Primo, la convinzione di origine comunitaria che lo sviluppo dell'integrazione e della cooperazione economica possa rappresentare un potente strumento della riduzione del livello di conflitto, rendendo la pace un processo irreversibile e incoraggiando i popoli della regione ad imparare a vivere in pace. Secondo, la convinzione, maturata soprattutto nell'ambito delle istituzioni di Bretton-Woods, che l'apertura dei sistemi-paese al commercio internazionale sia un elemento chiave per attivare, nella moderna economia globale, quei processi di crescita e di sviluppo economico di cui i paesi meno sviluppati hanno bisogno (Sachs e Warner, 1995). Questa proposizione sembra essere confermata dall'esperienza delle economie asiatiche negli anni '80, ovvero il modello di crescita export-led frequentemente portato ad esempio dalla letteratura economica recente. Chiaramente, l'altro pilastro fondamentale sottolineato da organismi quali l'FMI (Fondo monetario internazionale) e la Banca mondiale e assunto nella strategia del partenariato è l'implementazione di riforme economiche di liberalizzazione dei mercati e di riduzione del ruolo e della presenza dello stato nell'economia (privatizzazioni e quadri normativi amministrativi certi ed efficienti). La creazione di un'area di libero scambio rappresenta una sfida notevole per i paesi terzi mediterranei, in quanto li esporrà a una maggiore concorrenza da parte dell'UE, senza aggiungere nuovi mercati. La ragione che ha indotto i governi della sponda Sud del Mediterraneo ad accettare questa prospettiva, che potrebbe sembrare alquanto sfavorevole, consiste nella consapevolezza che gli accordi firmati nell'ambito dell'OMC (Organizzazione mondiale del commercio) eroderanno inevitabilmente i loro accessi preferenziali ai mercati europei e che quindi, se non procederanno a rendere le loro economie sufficientemente competitive, saranno condannati comunque a una crescente marginalizzazione economica. Ora, la possibilità di affrontare questo necessario processo di riforme economiche in un quadro di graduale liberalizzazione regionale, accompagnata da schemi di assistenza finanziaria dell'UE, è stata ritenuta una soluzione più conveniente (Aliboni, 1996). In modo particolare, è stato suggerito (Hoekmann e Djankov, 1996) che un accordo di integrazione regionale che preveda la creazione di un'area di libero scambio possa offrire un framework istituzionale che rafforzi la credibilità della strategia di riforme economiche e strutturali dei paesi mediterranei. In altri termini, l'idea è quella di sfruttare le possibilità di "ancorare le riforme" (locking-in economic reforms) a un meccanismo più forte dell'OMC, per attivare, attraverso il ritorno in termini di credibilità (soprattutto per quanto riguarda la sostenibilità politica), quel circolo virtuoso basato su investimenti interni ed esteri. Tale meccanismo è, a un differente livello di riforme, lo stesso che si è attivato alla fine degli anni '80 con il programma di creazione del Mercato unico della Comunità. Questo esempio è indicativo del tipo di risposta che può emergere dai mercati perseguendo una credibile strategia regionale di liberalizzazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Berbero nelle Scuole Europee?

 

Nostro servizio

Il Congresso Mondiale Amazigh (Berbero), con sede a Parigi ha fatto pervenire un appello all'Unione Europea affinché i Paesi membri che accolgono sul loro territorio degli immigrati maghrebini garantiscano i diritti culturali e linguistici della componente maggioritaria berbera. Il documento precisa che oltre venti milioni di berberofoni vivono attualmente in una situazione di annullamento della loro identità in Africa e in Europa, disseminati in un'area geografica la cui superficie è venti volte quella dell'Italia.

L'insegnamento dell'amazigh

Il congresso mondiale constata che l'immigrazione nord-africana nei Paesi dell'Europa occidentale si è convertita in una realtà permanente, che queste comunità pensano sempre meno a un ritorno in patria e sempre più a mettere radici familiari, presenti e future, sul suolo europeo. Per cui esse sono da considerarsi parte integrante della società dell'Europa contemporanea. Orbene, la grande maggioranza di questa immigrazione è composta da elementi di origine berbera ed è attualmente stimata in due milioni di individui. Il grosso si trova in Francia (882.000 maghrebini censiti come lavoratori in posizione regolare), seguita dall'Italia con 168.000 extra-comunitari, dal Belgio (oltre centomila, in maggioranza marocchini), dall'Olanda (130.000, di cui 90.000 maghrebini), dalla Germania (circa 100.000 maghrebini su 1.856.000 di extra comunitari, di cui un milione di origine turca) e la Spagna con circa 40.000 marocchini. Ma ogni anno entrano in Italia e in Francia oltre 100.000 immigrati clandestini che non vengono contabilizzati dalle statistiche. In sostanza, il Congresso Mondiale Amazigh chiede ai governi europei che, nel rispetto delle diversità culturali ed etniche, sia articolato un sistema scolastico che non ignori questa massa di bambini berberofoni e includa nei programmi l'insegnamento della lingua amazigh, adempiendo le raccomandazioni del Consiglio d'Europa del 1977 (che riattualizzava la conversione dell'Unesco del 14 Dicembre 1970) inerenti all'insegnamento delle lingue e delle culture materne per i figli dei lavoratori immigrati. Interrogato da "Italia nel mondo", il presidente del comitato esecutivo del Congresso Mondiale, Mabrouk Ferkal, ha rivelato che il Congresso riunisce i rappresentanti di una quarantina di associazioni culturali berbere di tutto il mondo. " Per la prima volta - ha indicato Ferkal- la nostra società civile, a prescindere dai partiti politici e dai governanti nordafricani, si è solidarizzata in un'organizzazione transnazionale per difendere e promuovere la cultura amazigh, ultramillenaria, derisa, calpestata, relegata al rango infimo di folclore regionale".

La repressione nel Nord Africa

In effetti fra le associazioni fondatrici appaiono sigle di stanza negli Stati Uniti, in Canada, in Belgio, in Spagna, in Germania e in Francia. In un altro comunicato, il Congresso Mondiale denuncia la "repressione feroce" che si abbatte sui berberofoni della Libia e l'occultamento dell'esistenza delle popolazioni berbere della Tunisia, della Mauritania e dell'oasi di Siwa (Egitto). Il Congresso infine si schiera totalmente a fianco del movimento di resistenza tuareg per il suo pieno diritto all'autodeterminazione in Niger e Mali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ELENCO ONG IDONEE

(art. 28 Legge n. 49 del 26 febbraio 1987)

 

AALMA - Associazione America Latina, Messico, Asia .Via Dell'Abate, 12 (C.P. 287) - 42100 REGGIO EMILIA - Tel. 0522/431819 (anche fax). E-mail: coopsila@comune.re.it

ABCS - Associazione Bertoni per la Cooperazione e lo Sviluppo del Terzo Mondo.Via C. Montanari, 3 - 37122 VERONA - Tel. 045/8002844 (045/8349777 fax). E-mail: ilmissionario@sis.it

Comunità di S. Egidio - ACAP - Associazione Cultura Assistenza Popolare .P.zza Sant'Egidio, 3/a - 00153 ROMA - Tel. 06/585661 (06/5883625 fax) E-mail: ong@isinet.it

ACAV - Associazione Centro Aiuti Volontari Cooperazione Sviluppo Terzo Mondo.Via Sighele, 3 - 38100 TRENTO - Tel. 0461/935054 - 935893 (anche fax) E-mail: acav@pn.itnet.it

ACCRI &endash; Associazione di Cooperazione Cristiana Internazionale- Via Cavana, 16/A - 34124 TRIESTE - Tel. 040/310123 - 307899 (anche fax)- Via S. Giovanni Bosco, 7 - 38100 TRENTO - Tel. 0461/233527 (0461/983529 fax) E-mail: accri.ts@spin.it .Home page: http://www.spin.it/accri/Home.htm

ACRA - Associazione di Cooperazione Rurale in Africa e America Latina.Via E. Breda, 54 - 20125 MILANO - Tel. 02/27000291 (02/2552270 fax) E-mail: acra@una.org

A.C.S. - Associazione di Cooperazione allo Sviluppo.Via Modigliani, 11 - 35020 Albignasego (PD) - Tel. 049/8804325 (049/8802905 fax) E-mail: assoacs@intercity.it

ADP - Amici dei Popoli - Via Zanovello, 1 - 24047 Treviglio (BG) - Tel. 0363/40536 (S. legale) - Via Bartolomeo Maria dal Monte, 14 - 40139 BOLOGNA - Tel. 051/460381 (S. oper.) (051/451928 fax) E-mail: assadp@iperbole.bologna.it

ADRA Italia (già OSA) Lungotevere Michelangelo, 7 - 00192 ROMA - Tel. 06/3210757 (dir.) - 3609591 (centr.) (06/36095952 fax) E-mail: adraitalia@tin.it

AES - Associazione Amici dello Stato Brasiliano Espirito Santo - Centro di Collaborazione Comunitaria.Via Sacro Cuore, 20 bis - 35135 PADOVA - Tel. 049/8641477 (049/8642290 fax) E-mail: pad387@padovanet.it

A.F.MA.L - Associazione con i Fatebenefratelli per i malati lontani.Via Cassia, 600 - 00189 ROMA - Tel. 06/33554006 - 33554257 - 33253413 (06/33253414 fax) E-mail: afmal.rm@melograno.it

AIBI - Associazione Amici dei Bambini Via Giacomo Frassi, 19 - 20077 Melegnano (MI) - Tel. 02/9839072 - 98232102 (02/98232611 fax) E-mail: aibitaly@pmp.it .Home page: http://www.aibi.it/

AICOS &endash; Associazione per gli Interventi di Cooperazione allo Sviluppo.Via Grado, 16 - 20125 MILANO - Tel. 02/2841423 - 2853638 (02/26143638 fax) E-mail: aicos@tin.it - eziomarg@tin.it - e.margelli@agora.stm.it .Home page: http://ines.gn.apc.org/ines/aicos/

AIDOS - Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo.Via dei Giubbonari, 30 - 00186 ROMA - Tel. 06/6873214 - 6873196 (06/6872549 fax) E-mail: aidos_italy@compuserve.com

AIFO - Associazione Italiana "Amici di Raoul Follereau" .Via Borselli, 4 - 40135 BOLOGNA - Tel. 051/6145437 - 433402 (051/434046 fax) E-mail: aifo@iperbole.bologna.it

AISPO - Associazione Italiana per la Solidarietà tra i Popoli .Via Olgettina, 46 - 20132 MILANO - Tel. 02/26434484/1/8 (02/26434484/8 fax) E-mail: aispo@hsr.it

ALISEI Via Merulana, 272 &endash; 00185 ROMA &endash; Tel 06/483066 ( 06/483218 fax ) E-mail: aliseirm@alisei.org . Home page: http://www.alisei.org/

ALM - Associazione Laicale Missionaria .V.le Quattro Venti, 166/2 - 00152 ROMA - Tel. 06/5897752 (06/584856 fax)

AMA - Associazione Mani Amiche. Via Campo dei Fiori, 1 - 53047 Sarteano (PI) - Tel. 0578/265454 (anche fax)

AMG - Associazione Mondo Giusto .Via Zanella, 5 - 22053 Lecco (CO) - Tel. 0341/363696 - 367125 (0341/360491 fax)

AMU - Azione per un Mondo Unito . C.so Vittoria Colonna, 78/B - 00047 Marino (RM) - Tel. 06/9367071 (06/93663192 fax) E-mail: amu@focolare.org

APS - Associazione per la Partecipazione allo Sviluppo. C.so Regina Margherita, 163 - 10144 TORINO - Tel. 011/4374936 - 4375049 (011/4375267 fax) E-mail: aps@arpnet.it

ARCS - Arci Cultura e Sviluppo . Via dei Monti di Pietralata, 16 - 00157 ROMA - Tel. 06/41609500 - 41609206 (06/41609214 fax) E-mail: a.r.c.s@agora.stm.it. Home page: http://www.arci.it/internazionali/arcs/Default.asp

ASAL - Associazione Studi America Latina .Via Tacito, 10 - 00193 ROMA - Tel. 06/3235389 - 3235372 (06/3235388 fax) E-mail: asal@flashnet.it

ASeS - Associazione Solidarietà e Sviluppo. Via Durando, 14 - 30175 Marghera (VE) - Tel. 041/5381829 - (041/5381864 fax) E-mail: cia.veneto@interbusiness.it

ASI - Associazione Sanitaria Internazionale. Via delle Terme Deciane, 5/A - 00153 ROMA - Tel. 06/5743482 - 5758801 (06/5747655 fax)

ASPEm - Associazione Solidarietà Paesi Emergenti. Via per Alzate, 1 - 22063 Cantù (CO) - Tel. 031/711394 (031/713411 fax) E-mail: aspem.italia@ntt.it

AUCI - Associazione Universitaria per la Cooperazione Internazionale. L.go Francesco Vito, 1 - 00168 ROMA - Tel. 06/33054538

AVSI - Associazione Volontari per il Servizio Internazionale - V.le Carducci, 85 - 47023 Cesena (FO) - Tel. 0547/24054 - 24484 (0547/611290 fax) (Sede legale) - Via G. Fantoli, 6/15 - 20138 MILANO - Tel. 02/5061212 (02/5062994 fax) (Sede amministrativa) E-mail: cesena@avsi.org milano@avsi.org .Home page: http://www.avsi.org/

CARITAS Italiana. Via Ferdinando Baldelli, 41 - 00146 ROMA - Tel. 06/541921 (06/5410300 fax)E-mail: caritasitaliana@caritas.inet.it

Cast &endash; Centro per un Appropriatoto Sviluppo Tecnologico. V.le dei Tigli, 32 - 21014 Laveno Mombello (VA) - Tel. 0332/667082 (anche fax) E-Mail: ascast@tin.it

CCM - Comitato di Collaborazione Medica. C.so Giovanni Lanza, 100 - 10133 TORINO - Tel. 011/6602793 (011/6602798 fax) E-mail: cmedica@arpnet.it. Home page: http://www.arpnet.it/cmedica/cmedica.htm

CEFA - Comitato Europeo per la Formazione e l'Agricoltura. Via Lame, 118 - 40122 BOLOGNA - Tel. 051/520285 - 520068 (051/520712 fax) E-mail: cefa@iperbole.bologna.it

CEIS - Centro Italiano di Solidarietà. Via A. Ambrosini, 129 - 00147 ROMA - Tel. 06/541951 (06/5407304 fax) E-mail: ceis@inroma.roma.it

CeLIM - Centro Laici Italiani per le Missioni - P.zza Fontana, 2 - 20122 MILANO (S. legale) - Via S. Calimero, 11/13 - 20122 MILANO - Tel. 02/58316324 - 58317810 (02/58317213 fax) (Segr.) E-mail: celimi@mclink.it

CELIM Bergamo - Organizzazione di Volontariato Internazionale Cristiano. Via M. Gavazzeni, 3 - 24100 BERGAMO - Tel. 035/319457 (035/319239 fax) E-mail: celimbg@mediacom.it. Home page: http://www.mediacom.it/celimbg

CESTAS - Centro di Educazione Sanitaria e Tecnologie Appropriate Sanitarie - Via G. A. Magini, 6 - 40139 BOLOGNA - Tel. 051/6240955 (051/6240980 fax) - Via Fara, 9 - 20124 MILANO - Tel. 02/66713233 - 66715083 (02/66713224 fax) E-mail: cestas@iperbole.bologna.it

CESVI - Cooperazione e Sviluppo. Via Pignolo, 50 - 24121 BERGAMO - Tel. 035/243990 (035/243887 fax) E-mail: cesvi@una.org. Home page: http://www.cesvi.org/

 

CEVI - Centro di Volontariato Internazionale.Via T. Deciani, 17 - 33100 UDINE - Tel. 0432/504712 (anche fax) E-mail: cevi@mail.nauta.it

CIC - Centro Internazionale Crocevia. Via Francesco Ferraironi, 88/G - 00172 ROMA - Tel. 06/2413976 (06/2424177 fax) E-Mail: crocevia@cambio.it. Home page: http://www.crocevia.org

CIDIS - Centro di Informazione, Documentazione e Iniziativa per lo Sviluppo. Via della Viola, 1 - 06122 PERUGIA - Tel. 075/5720895 - 5722221 (075/5735673 fax) E-Mail: cidis@edisons.it

CIES - Centro di Informazione ed Educazione allo Sviluppo. Via Merulana, 198 - 00185 ROMA - Tel. 06/77264611 (06/77264628 fax) E-mail: cies@cies.it .Home page: http://www.cies.it/

CIPSI - Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale - Via Rembrandt, 9 - 20147 MILANO - Tel. 02/48703730 - 02/4079213 (anche fax) (S. legale) - Via Ferdinando Baldelli, 41 - 00146 ROMA - Tel. 06/5414894 (06/59600533 fax) (S. operativa) E-mail: cipsi@tin.it

CISP - Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli - Via Marianna Dionigi, 57 - 00193 ROMA - Tel. 06/3215498 (06/3216163 fax) (S. legale) - V.le delle Medaglie d'Oro, 201 - 00136 ROMA - Tel. 06/347431 (06/344461 fax) E-mail: cisp.roma@agora.stm.it

CISS - Cooperazione Internazionale Sud-Sud Via Noto, 12 - 90141 PALERMO - Tel. 091/6262694 - 6262004 (091/347048 fax) E-mail: cissprg@tin.it

CISV - Comunità Impegno Servizio Volontario C.so Chieri, 121/6 - 10132 TORINO - Tel. 011/8993823 (011/8994700 fax) E-mail: cisv@arpnet.it Home page: http://www.arpnet.it/cisv

CLMC - Comunità Laici Missionari Cattolici Via Bruno Buozzi, 19 A/3 - 16126 GENOVA - Tel. 010/256628 (010/252740 fax) E-mail: caritas@assicomitalia.it

CMSR - Centro Mondialità Sviluppo Reciproco Via della Madonna, 32 - 57123 LIVORNO - Tel. 0586/887350 - 886440 (0586/882132 fax) E-mail: cmsr-it@cmsr.org Home page: http://www.luda.it/cmsr

COCIS - Coordinamento delle ONG per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo V.lo Scavolino, 61 - 00187 ROMA - Tel. 06/69924112 (06/69924399 fax) E-mail: cocis.roma@iol.it

COE - Centro Orientamento Educativo - Via Milano, 4 - 22040 Barzio (CO) - Tel. 0341/996453 (0341/910311 fax) - Via Masseo Vegio, 12 - 00135 ROMA - Tel. 06/30600504 (anche fax) E-mail: coe@iol.it &endash; coebarzio@tin.it Home page: http://www.peacelink.it/users/coe

COMI - Cooperazione per il Mondo in via di Sviluppo - Via Giulio Tarra, 20 - 00151 ROMA - Tel. 06/5827941 (S. legale) - Via S. Giovanni in Laterano, 262 - 00184 ROMA - Tel. 06/70451061 (anche fax) (Segreteria) E-mail: comi@mclink.it

COMUNITA' PAPA GIOVANNI XXIII &endash; CONDIVISIONE TRA I POPOLI - Via Val Verde, 10 &endash; 47900 RIMINI (Sede legale) - Via Mameli, 1 &endash; 47900 RIMINI &endash; Tel. 0541/54719 (0541/22365 fax) (Sede amministrativa) E-mail: apg23@rimini.com Home page: http://www.apg23.org

"COOPERAZIONE E SVILUPPO" Via Talamoni, 1/F - 29100 PIACENZA - Tel. 0523/484924 (0523/482933 fax) E-mail: pascarav@tin.it

COOPI - Cooperazione Internazionale Via De Lemene, 50 - 20151 MILANO - Tel. 02/3085057 - 3084856 - 306507 (02/33403570 fax) E-mail: coopi@una.org Home page: http://www.una.org/coopi/

CoPE - Cooperazione Paesi Emergenti - Via V. Emanuele, 159 - 95131 CATANIA (Sede) - Via Crociferi, 38 - 95124 CATANIA - Tel. 095/317390 (095/321288 fax) (Segreteria) E-mail: cope@ctonline.it

COSPE - Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti - Via Slataper, 10 - 50134 FIRENZE - Tel. 055/473556 (055/472806 fax) - V.le Vicini, 16 - 40122 BOLOGNA - Tel. 051/6491636 (051/6491122 fax) E-mail: cospe@posta.alinet.it - mc8008@mclink.it

COSV - Comitato di Coordinamento delle Organizzazioni per il Servizio Volontario - Via Goito, 39 - 00185 ROMA - Tel. 06/4451978 (06/4469290 fax) - V.le Monza, 40 - 20127 MILANO - Tel. 02/2822852 - 2820747 (02/2822853 fax) E-mail: cosv@enter.it

CPS - Comunità Promozione e Sviluppo Via S. Vincenzo, 15 - 80053 Castellammare di Stabia (NA) - Tel. 081/8704180 (anche fax) E-mail: cps@ptn.pandora.it

CRIC - Centro Regionale d'Intervento per la Cooperazione Via Monsolini, 12 - 89100 REGGIO CALABRIA - Tel. 0965/812345 - 812346 (0965/812560 fax) E-mail: cricit@tin.it

CTM-Movimondo - Associazione per la Solidarietà e la Cooperazione InternazionaleP.zza Bottazzi, 1 - ex "Vito Fazzi" - 73100 LECCE - Tel. 0832/342481 (0832/342295 fax)E-mail: ctmmovim@tin.it

CUAMM - Collegio Universitario Aspiranti Medici e Missionari Via San Francesco, 126 - 35121 PADOVA - Tel. 049/31106 - 8751279 - 8751649 (049/8754738 fax) E-mail: cuamm@windnet.it

CVCS - Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo Via Bellinzona, 4 - C.P. 91 - 34170 GORIZIA - Tel. 0481/34165 (0481/536305 fax) E-mail: cvcsgo@tin.it

CVM - Centro Volontari Marchigiani P.zza S. Maria, 4 - 60121 ANCONA - Tel. 071/202074 (anche fax) E-mail: cvm@popcsi.unian.it

DISVI - "Disarmo e Sviluppo" Via Rossini, 13 - 14100 ASTI - Tel. 0141/593407 (0141/355893 fax)E-mail: disvi_at@provincia.asti.it

DPdU - Dalla parte degli ultimi Via XXIV Maggio, 8 - 86100 CAMPOBASSO - Tel. 0874/698571

Associazione Volontari DOKITA V.lo del Conte, 2 - 00148 ROMA - Tel. 06/66155158 (06/66152194 fax) E-mail: dokita@tin.it

Centro ELIS- Via Sandro Sandri, 71 - 00159 ROMA - Tel. 06/4393371 - Via Sandro Sandri, 45/79 - 00159 ROMA - Tel. 06/4356041 (06/43560449 fax) (Ufficio Cooperazione) - Via G. Mazzini, 11 - 00195 ROMA - Tel. 06/3223040 - 3223034 (06/3222789 fax) E-mail: associazione@elis.org Home page: http://www.elis.org/

EMERGENCY &endash; LIFE SUPPORT FOR CIVILIAN WAR VICTIMS Via Bagutta, 12 &endash; 20121 MILANO &endash; Tel. 02/76001104 ( 02/76003719 fax) E-mail: emergenc@tin.it &endash; emergenc@emergency.it Home page: http://www.emergency.it

ESSEGIELLE Cooperazione Internazionale - Via della Cicogna, 2 &endash; 00169 ROMA &endash; Tel. 06/260165 (06/68804897 fax)(Sede legale) - P.zza Campitelli, 9 &endash; 00186 ROMA &endash; Tel. 06/6833361 (anche fax) (Sede amministrativa)

FOCSIV - Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario Via S. Francesco di Sales, 18 - 00165 ROMA - Tel. 06/6877796 - 6877867 (06/6872373 fax) E-mail: focsiv@rm.nettuno.it - focsiv@www.glauco.it

FdUO - Fratelli dell'Uomo Via Varesina, 214 - 20156 MILANO - Tel. 02/33404091 (02/38009194 fax) E-mail: fdu@iol.it Home page: http://www.citinv.it/associazioni/FDU

FONTOV - Fondazione Giuseppe Tovini - Via L. Cadorna, 11 - 25124 BRESCIA - (S. legale) - Via Martinengo da Barco, 2 - 25121 BRESCIA - Tel. 030/295737 - 3774324 (030/3757498 fax) (Segr. e uff.) E-mail: fontov@numerica.it

GAO - Cooperazione Internazionale Ponte UNICAL, Cubo 21 - 87030 Arcavacata di Rende (CS) - Tel. 0984/401402 (anche fax) E-mail: gao@unical.it

GMA - Gruppo Missioni Asmara c/o Istituto Sacchieri Via Luppia Alberi, 3 - 35044 Montagnana (PD) - Tel. 0429/800830 (0429/804040 fax) E-mail: gma@netbusiness.it Home page: http://www.netbusiness.it/job/gma

GRT - Gruppo per le Relazioni Transculturali Via De Lemene, 50 - 20151 MILANO - Tel. 02/38001906 (anche fax) E-mail: grt@una.org

GVC - Gruppo di Volontariato Civile Villa Aldini - Via dell'Osservanza, 35/2 - 40136 BOLOGNA - Tel. 051/585604 - 580248 (051/582225 fax) E-mail: gvc.ong@dada.it

IBO - Associazione Italiana Soci Costruttori - Via Mazza, 48 - 20071 Casalpusterlengo (MI) (Sede legale) - Via Smeraldina, 35 - 44044 Cassana (FE) - Tel. 0532/730079 (0532/734049 fax) (Sede operativa) E-mail: I.B.O@fe.nettuno.it

ICEI - Istituto Cooperazione Economica Internazionale V.le Monza, 40 - 20127 MILANO - Tel. 02/2822852 - 2820747 (02/2822853 fax) E-mail: icei@enter.it

ICU - Istituto per la Cooperazione Universitaria V.le Rossini, 26 - 00198 ROMA - Tel. 06/85300722 (06/8554646 fax) E-mail: icu.roma@agora.stm.it

INA - Istituto Nuova Africa - Via delle Montagne Rocciose, 68 - 00144 ROMA - Tel. 06/5413641 (06/5920653 fax) (Sede legale) - Via Gregorio VII, 407 - 00165 ROMA - Tel. 06/632910 (06/39376367 fax) (Sede operativa) E-mail: inttfs@tin.it

INTERSOS - Organizzazione Umanitaria per l'Emergenza Via Goito, 39 - 00185 ROMA - Tel. 06/4466710 (06/4469290 fax) E-mail: intersos@tin.it

IPSIA - Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli Via G. Marcora, 18/20 - 00153 ROMA - Tel. 06/5840463 - 5840612 - 5840572 (06/5840403 fax) E-mail: ipsia@acli.it

ISCOS - Istituto Sindacale per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo Via R. Lanciani, 30 - 00162 ROMA - Tel. 06/86200640 (06/86203950 fax) E-mail: iscos@mclink.it Home page: http://www.cisl.it/iscos/

LABOR MUNDI- P.zza Asti, 10 - 00182 ROMA (Sede legale) - Via Tuscolana, 167 - 00182 ROMA - Tel. 06/7020751 (06/7022917 fax) (Sede operativa)

LTM - Gruppo Laici Terzo Mondo Via Depretis, 62 - sc. C int. 6 - 80123 NAPOLI - Tel. 081/5514147 - 5517067 (anche fax) E-mail: ltmong@tin.it Home page: http://space.tin.it/edicola/rcapurr/

LVIA - Comunità Internazionale Volontari Laici - C.so IV Novembre, 28 - 12100 CUNEO - Tel. 0171/696975 (0171/602558 fax) (S. sociale) - Via Borgosesia, 30 - 10145 TORINO - Tel. 011/7412507 (S. periferica) E-mail: lvia@multiwire.net

MAC - Movimento Apostolico Ciechi Via di Porta Angelica, 63 - 00193 ROMA - Tel. 06/6832210 - 6861977 (06/68307206 fax)

MAGIS - Movimento e Azione dei Gesuiti Italiani per lo Sviluppo - Via degli Astalli, 16 &endash; 00186 ROMA &endash; tel. 06/69700327 (06/69700320 fax) (Sede operativa) - P.zza S. Fedele, 4 - 20121 MILANO - Tel. 02/86352226 (02/86352224 fax) (Sede legale)

M.A.I.S. - Movimento per l'Autosviluppo, l'Interscambio e la Solidarietà - Via Allioni, 8 - 10122 TORINO (Sede legale) - Via Saluzzo, 23 - 10125 TORINO - Tel. 011/657972 - 655737 (011/655959 fax) (Sede amm./oper.) E-mail: mais@arpnet.it Home page: http://www.arpnet.it/mais

MANI TESE '76 P.le Gambara, 7/9 &endash; 20146 MILANO &endash; Tel. 02/4075165 (02/4046890 fax) E-mail: manitese@planet.it Home page: http://www.manitese.it/

MA'70 - Movimento Africa '70 Via De Lemene, 50 - 20151 MILANO - Tel. 02/3088260 - 3088481 (02/3084280 fax) E-mail: africa70@una.org - unaitaly@mbox.vol.it

MEDICUS MUNDI Via Martinengo da Barco, 6/A - 25121 BRESCIA - Tel. 030/3752517 (030/43266 fax) E-mail: medicusmundi@numerica.it

MLAL - Movimento Laici America Latina V.le A. Palladio, 16 - 37138 VERONA - Tel. 045/8102105 (045/8103181 fax) E-mail: mlalit@tin.it Home page: http://web.tin.it/mlal/

MLFM - Movimento per la lotta contro la fame nel mondo Via Cavour, 73 - 20075 Lodi (MI) - Tel. 0371/420766 (anche fax) E-mail: algipre@pmp.it

MOCI - Movimento per la Cooperazione Internazionale Via Pio XI, Traversa Putorti, 7 - 89133 REGGIO CALABRIA - Tel. 0965/331329 (0965/330453 fax)

MOLISV - Movimento Liberazione e Sviluppo P.zza Albania, 10 - 00153 ROMA - Tel. 06/57300330 - 57300332 - 57300334 - 57300337 (06/5744869 fax) E-mail: molisv.movimondo@star.flashnet.it Home page: http://www.movimondo.org/

MSP - Movimento Sviluppo e Pace Via Saluzzo, 58 - 10125 TORINO - Tel. 011/655866 (011/6698096 fax) E-mail: movpace@arpnet.it

NPL - Associazione Noi per Loro - V.le Mazzini, 41 - 00195 ROMA - Tel. 06/3217566 (06/3217532 fax) (Sede legale) - Via Maria Ausiliatrice, 32 10152 TORINO - Tel. 011/5224619 (011/5224695 fax) (Sede operativa) E-mail: mdbitaly@fileita.it

NSS - Nuovi Spazi al Servire Via Montello, 5/a - 24047 Treviglio (BG) - Tel. 0363/40974 (0363/41757 fax)

NUOVA FRONTIERA - Via General Fara, 9 - 20124 MILANO - Tel. 02/66980809 (02/66987007 fax) (Sede legale) - Via Cartoleria, 7 - 40124 BOLOGNA (Sede operativa) E-mail: nfrotiemi@iol.it

OPAM - Opera di Promozione dell'Alfabetizzazione nel Mondo Via Pietro Cossa, 41 - 00193 ROMA - Tel. 06/3203317 &endash; 3203318 &endash; 3203320 (06/3203261 fax)

OS - Operazione Sviluppo Via Carlo Ederle, 1 - 00195 ROMA - Tel. 06/36001480 - 3232505 - 3232473 (06/36001485 - 3221218 fax) E-mail: cerfe@pronet.it

OSVIC - Organismo Sardo di Volontariato Internazionale Cristiano Via Goito, 25 - 09170 ORISTANO - Tel. 0783/71817

OVCI - Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale "La Nostra Famiglia" Via Don Luigi Monza, 1 - 22037 Ponte Lambro (CO) - Tel. 031/625111 (031/625275 fax) E-mail: ovci@pl1.Inf.it

OVERSEAS - Organizzazione per lo sviluppo globale di comunità in Paesi extraeuropei Via Castelnuovo Rangone, 96/3 - 41057 Spilamberto (MO) - Tel. 059/784464 E-mail: over@pianeta.it

PF - Punto di Fraternità C.so Europa, 269/5 - 16132 GENOVA - Tel. 010/3742069 (anche fax) E-mail: fraterni@tn.village.it

PRO.DO.CS. - Progetto Domani: Cultura e Solidarietà - Via Etruria, 14/c - 00183 ROMA - Tel. 06/77072773 (06/7003710 fax) (S. sociale) - Via Alfonso Corti, 2 - 20133 MILANO - Tel. 02/2663921 E-mail: prodocs@rm.ats.it

PROMOND - Progetto Mondialità P.zza Garibaldi, 67 - 70122 BARI - Tel. 080/5212811 (080/5240461 fax) E-mail: promond@tin.it

PROSUD - Progetto Sud Via Lucullo, 6 - 00187 ROMA - Tel. 06/4744753-4-5 (06/4744751 fax) E-mail: pro.sud@flashnet.it Home page: http://www.uil.it/prosud/homepage-new.html

PROSVIL - Progetto Sviluppo Via di Santa Teresa, 23 - 00198 ROMA - Tel. 06/8411741 (06/8419709 fax) e-mail: prosvil@mail.cgil.it Home page: http://www.cgil.it/prosvil

RC - Ricerca e Cooperazione Via Latina, 276 - 00179 ROMA - Tel. 06/78346432 - 78346447 (anche fax) E-mail: rc@quipo.it

RE.TE. - Associazione di tecnici per la solidarietà e cooperazione internazionale Via Rodi, 45 - 10095 Grugliasco (TO) - Tel. 011/7707388 - 7707398 (011/7707410 fax) E-mail: rete@arpnet.it

RTM - Reggio Terzo Mondo - Via S. Nicolò, 5 - 42100 REGGIO EMILIA - Tel. 0522/436849 (0522/438657 fax) - Via S. Girolamo, 24 - 42100 REGGIO EMILIA (S. legale) E-mail: rtmmail@tin.it Home page: http://www.sirio.com/rtm

Centro Bertrand RUSSELL Via Cernaia, 30 - 10122 TORINO - Tel. 011/533345 - 538228 (011/544023 fax)

SCAIP - Servizio Collaborazione Assistenza Internazionale Piamartino Via E. Ferri, 91 - 25123 BRESCIA - Tel. 030/2306873 (030/2309427 fax) E-mail: scaip@tcstore.it

SCI - Servizio Civile Internazionale Via G. Cardano, 135 - 00146 ROMA - Tel. 06/5580661 - 5580644 - 5577326 (06/5585268 fax) E-mail: md4338@mclink.it Home page: http://www.sinet.it/SCI/

SCSF - Solidarietà e Cooperazione senza Frontiere Via Marescalchi, 4 - 40123 BOLOGNA - Tel. 051/220637

SEV'84 - Servizio Esperti Volontari Orione '84 Via Cavour, 238 - 00184 ROMA - Tel. 06/4746148

SINERGA - Associazione per la Cooperazione Tecnica e Sociale Internazionale - Via Carlo Botta, 19 - 20100 MILANO - Tel. 02/55194893 (02/55194547 fax) (Sede legale)

- Via Campania, 53 - P.O. Box 91 - 63039 S. Benedetto del Tronto (AP) - Tel. 0735/781671 (0735/83021 fax) E-mail: sinerga@insinet.it (Sede amm.)

Fondazione SIPEC - Via Rocchetta, 18 - 25087 Salò (BS) - Tel. 0365/43638 (Sede legale) - Via Collebeato, 26 - 25123 BRESCIA - Tel. 030/3700242 - 306730 (030/380706 fax) (Sede ammin.) E-mail: fonsipec@ns.numerica.it

S.O.S. MISSIONARIO Via Giovanni XXIII, 23 - 63039 San Benedetto del Tronto (AP) - Tel. 0735/585037 (fax) E-mail: sosmissionario@jth.it Home page: http://www.jth.it/sosmissionario

S.U.CO.S. - Solidarietà Uomo Cooperazione allo Sviluppo Via San Frediano, 1 - 56126 PISA - Tel. 050/542731 (anche fax) E-mail: sucos@mbox.alet.net

SVI - Servizio Volontario Internazionale Via Tosio, 1 - 25121 BRESCIA - Tel. 030/295621 - 2809119 (030/3771675 fax) E-mail: bssvi@tin.it

TEN - Terra Nuova - Centro per il Volontariato Via Urbana, 156 - 00184 ROMA - Tel. 06/4826366 - 485534 - 4747859 (06/4747599 fax) E-mail: tnuova@cambio.it

UCSEI - Ufficio Centrale Studenti Esteri in Italia§ Lungotevere dei Vallati, 14 - 00186 ROMA - Tel. 06/68804062 (06/68804063 fax) E-mail: ucsei@lycosmail.com

UMMI - Unione Medico Missionaria Italiana V.le Rizzardi, 4 - 37024 Negrar (VR) - Tel. 045/7500501 (anche fax) E-mail: ummi.rm@agora.stm.it .Home page: http://ummi.uhuru.it/

Comitato Italiano per l'UNICEF - Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia Via Emanuele Orlando, 83 - 00185 ROMA - Tel. 06/478091 (centr.) - 47809214 (dir.) (06/47809270 fax) Home page: http://www.unicef.it

UVISP Assisi - Unione Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e la Pace P.zza Porziuncola, 1 - 06088 S. Maria degli Angeli (PG) - C.P. 32 - Tel. 075/8004667 (075/8004748 fax) E-mail: uvisp@tecnonet.it

VIDES - Volontariato Internazionale Donne per Educazione e Sviluppo - Via dell'Ateneo Salesiano, 81 - 00139 ROMA (Sede legale) - Via San Saba, 14 - 00153 ROMA - Tel. 06/5750048 (06/5750904 fax) E-mail: md4247@mclink.it

VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo Via Appia Antica, 126 - 00179 ROMA - Tel. 06/5130253 (06/5130276 fax) E-mail: vis@volint.it . Home page: http://www.volint.it/vis

VISBA - Volontari Internazionali Scuola Beato Angelico C.so Mazzini, 109 - 48018 Faenza (RA) - Tel. 0546/680665 (0546/662424 fax)

VISPE - Volontari Italiani per la Solidarietà ai Paesi Emergenti Via della Chiesa, 3 - 20084 Casirate Olona di LACCHIARELLA (MI) - Tel. 02/57602941 (02/57604754 fax) E-mail: vispeit@tin.it

VPM - Associazione Velletri per il Malì Via del Comune, 41 - 00049 Velletri (RM) - Tel. 06/9635660

 

 

 

FMI-OMC: libéraliser le commerce des services

Le Fonds monétaire international (FMi), indique dans son rapport annuel consacré aux "Perspectives de l'économie mondiale", que le développement economique de nombreux pays en développement est entravé par des obstacles au commerce dans le secteur de l'agriculture qui sont "beaucoup plus grands que dans le secteur industriel". Le FMI (comme la Banque mondiale) exhorte donc les pays qui vont participer en novembre à Seattle aux négociations commerciales sous les auspices de I'Organisation mondiale du commerce (OMC), à réduire leurs droits de douane, à rendre plus transparente leur administration des contingents tarifaires et à diminuer leurs aides nationales. Selon le rapport du FMI, la libéralisation de l'agriculture est "particulièrement importante quant aux possibilités d'exportation et de développement des pays les moins développés. Les mesures relatives à la libéralisation et à l'accès au marché dans le secteur agricole, ajoute le rapport, constitueront des éléments essentiels complétant les efforts visant à intégrer ces pays au systeme commercial mondial.

Le nouveau cycle de negociations

Le FMI indique, par allieurs, que la plupart des pays sont d'avis d'achever le nouveau cycle de negociations en trois ans alors que le cycle précédent, celui des negociations d'Uruguay avait duré sept ans. La réussite de ce nouveau cycle, précise le rapport, dépendra en partie des progrès réalisés dans le domaine de la suppression des obstacles au commerce des services, qui représentent actuellement près de 60 % du commerce mondial. Pour le FMI, il convient de se fonder sur les succès obtenus dans le domaine de la libéralisation des télécommunications et des services financiers, pour étendre les réformes commerciales à des domaines tels que la distribution, le batiment, I'enseignement, la santé et les transports maritimes. Outre la suppression de subventions agricoles européennes qui sera notamment la priorité des États-Unis à Seattle, de nouvelles questions figureront à l'ordre du jour de la conférence: le commerce, les investissements, la concurrence et l'environnement ainsi que les marchés publics et le commerce de l'électronique. Selon uné récente déclaration de la représentante permanente des États-Unis auprés de l'OMC, Mme Rita Hayes, Washington est prêt à aider l'Unlon européenne à trouver une solution au problème de l'importation de bananes en provenance des pays ACP, (Afrique, Caraibes, Pacifique). Jusqu'à présent, le système de I'Union européenne repose sur des quotas et des licences afin de favoriser les productions des territoires d'outre-mer européens, (Caraibes françaises, Canaries), et des pays associés ACP par rapport à celles d'Amérique centrale. Il a été modifié une première fois à la suite d'une première condamnation en 1997, mais le nouveau système n'a pas eu plus de succés. En avril 1999, l'OMC a décidé que ce genre d'importation était contraire aux règles internationales du commerce, décision qui a amené les Etats-Unis à prendre des mesures de rétorsion en percevant des droits de douane prohibitifs sur certains produits européans, en dedommagement du manque à gagner, estimé à environ 191 millions de dollars, subi par les sociétés américaines spécialisées dans le commerce de la banane d'Amérique centrale. "Nous demeurons préts à envisager toutes autres solutions conformes aux régles de I'OMC que la Commission européenne pourrait mettre au point, a-t~elle ajouté. " Toutefois, il revient à cette dernière de trouver b moyen de se conformer aux obligations découlant de son adhésion à l'OMc..:

Nouvelle politique du president de l'OMC

Le nouveau directeur de l'OMC, le Neo-Zélandais Mike Moore dont la nomination a fait l'objet, aprés plusieurs mois de marchandages , d'un compromis qui prévoit que son challenger le Thailandais Supachai lui succèdera dans trois ans, s'est declaré "à l'ecoute des pays les plus défavorisés". Il a lancé, lors de sa premiére conférence de presse, un appel en faveur "d'un effort accru" au bénéfice des pays pauvres et dit sa détermination "de tout faire pour améllorer la situation et les perspetives des economies les plus vulnérablese . Aussi, s'est-il donné trois objectifs: en premier lieu accroitre l'assistance technique aux pays dont les économies sont les plus vulnérables, ensuite convaincre tous les pays membres de l'OMC des "avantages réciproques" d'un systéme commercial plus ouvert, enfin renforcer l'OMC et son systéme de fonctionnement "basé sur l'observance des règles". On estime généralement que le nouveau directeur aura fort à faire avec les nouveaux contentieux qui s'annoncent comme les OGM, les organismes génétiquement modifiés, le boeuf aux hormones, l'acier, I'audiovisuel... Il devra, ajoutet-on, faire preuve d'une grande diplomatie pour éviter que les conflits qui s'amorcent entre les Etats-Unis et l'Union européenne ne dégénèrent en guerre ouver(te.

(source: l'Echo de l'Afrique)

 

 

 

 

 

 

Nouvelle stratégie financière pour le continent africain

Selon le vice-president de la Societé financière internationale (SFI) Peter Woicke, " I'Afrique a fait de substantiels progrès économiques et se trouve maintenant à un carrefour important. [...] Les progrès futurs dépendront de la capacité du secteur privé à tirer la croissance. " La SFI, qui a décidé de donner la priorité au secteur privé en Afrique, axe sa stratégie sur le développement des télécommunications, les infrastructures électriques, les réseaux de transports et I'élargissement des capacités des institutions financières africaines afin qu'elles puissent soutenir les opérateurs privés. Conformément à ces objectifs stratégiques, la SFI a investi, le 4 octobre 1999, 10 millions de dollars dans un holding spécialisé dans le financement des systèmes de téléphonie cellulaire en Afrique (MSI-CI-H). Cette société dispose déjà de réseaux à Hong Kong, en Egypt~ au Malawi, en années, MSl -Cl-H a acquis quatre nouvelles licences en Afrique (Tchad, Congo, Gabon et Sierra Leone). Selon les opportunités qui se présentent, ]a société espére obtenir de nouvelles licences dans d'autres pays africains. L'investissement de la SFI permettra le financement de la construction, I'expansion et l'exploitation des réscaux de télécornmunication cellulaire. La SFI a aussi accordé, le 28 septembre 1999, un prêt de 5 millions de dollars afin d'élargir les capacités de financement de UDC Holdings Limited, la plus importante institution financière du Zimbabwe. La SFI entretient d'étroites relations avec cet établissement spécialisé dans le leasing et le prêt classique. Après étre entrée dans le capital de UDC Holdings en 1984, la SFI a octrové deux prêts d'un montant de 12 millions de dollars, qui ont été entièrement remboursés. Le prét accordé le 28 septembre l999 doit permettre à l'institution d'élargir ses activités de crédits, ce qui devrait favoriser le développement des entreprises zimbabwéennes dans le secteur agricole, les mines, ]e tourisme et les transports.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Les investissements europèens

en Afrique de plus en plus rentables

 

Cíest ce quí affirme l'èconomiste Serge Marti de Genève, après une rèunion consacrèe entièrement au continent noir de la Confèrence des Nations Unies sur le Commerce et le Dèveloppement (CNUCED). Le continent noir, en dèpit d'une amèlioration sensible de sa situation èconomique globale (le PIB a augmentè de 1,8% par an, en moyenne, durant la pèriode 1991-1998), contenu à tre tenu pour quantitè nègligeable dans tous les colloques organisès autour des perspectives qu'offrent les pays en dèveloppement. Voire carrèment ignorè par les banques d'affaires anglo-saxonnes, qui donnent souvent le la lorsqu'il s'agit d'imprimer la direction à donner aux investissements ètrangers. IL n'est que le Fonds monètaire internationale (FMI) et la Banque mondiale qui, de temps en temps, admettent une poignèe de pays africains dans la catègorie des 'bons èlèvesî des institutions de Bretton Woods (cela a notemment ètè le cas du Ghana et de l'Ouganda). Une indiffèrence quasi gènèrale qui comporte une exception notable, celle du prèsident Clinton. Pourtant, le continent noir mèriterait mieux que le traitement qui lui est infligè par le monde du business. C'est en tout cas l'avis de Karl Sauvant, le responsable des investissements Ètrangers et des multinationales à la Cnuced, pour qui il y a des affaires à faire en Afrique, avec des taux de retour sur investissements supèrieurs m'me à ce qu'il peuvent tre dans d'autres parties du monde ! A condition, toutefois, d'iÍtre très sèlectif. Tel est le message contenu dans le volumineux rapport intitulè Investissements ètrangers direct en Afrique: performance et potentiel que ses services ont achevè de rèdiger. La Cnuced a, elle aussi, ses ìbons èlèvesî ; ceux qui, grâce aux rèformes macroèconomiques entreprises ont su attirer les firmes et l'investissement ètranger. A ce jour, ils sont au nombre de sept: le Bostswana, la Guinèe èquatoriale, le Ghana, le Mozambique, la Namibie, la Tunisie et l'Ouganda. Ces pays reprèsentent, à eux sept, moins du dixième de la population et du PIB total de l'Afrique. Mais ils ont reÁu le quart des investissements ètrangers directs attirès par le continent. Et ils ont dèsormais valeur díexemple grce à leurs performances qui n'ont rien à envier à díautres pays en dèveloppement non africains. L'autre changement important intervenu ces dernières annèes rèside dans le fait que ces investissements ètrangers ne sont plus seulement attirès par les ressources naturelles africaines, mais par le secteur manufacturier et les services. Ainsi, rappellent les auteurs du rapport, les investissements ètrangers directs qui ont atteint 1,1 milliard de dollars (1 milliard díeuros) en 1997 au Maroc sont allès, dans leur quasi-totalitè, vers ces cibles. De mÍme en Egypte, où d'importants capitaux ètrangers ont ètè investis dans des projets de recherche et de dèveloppement. A en croire les initiateurs de líaction entreprise en faveur de la nouvelle Afrique, soutenue par la Cnuced, la Chambre de commerce internationale (CCI), le programme de dèveloppement des Nations Unies (PNUD), avec le concours du cabinet international díaudit KPMG, le taux de rendement dègagè par les filiales de transnationales amèricaines installèes en Afrique ressortait à 25% en 1997, quasiment le double de la rentabilitè moyenne enregistrèe par ces mÍmes multinationales à l'èchelon mondial (12%). De meme, assure-t-on, le retour sur investissement des entreprises japonaises installèes en Afrique ètait en 1997 de 6%, contre 2% en moyenne mondiale. A croire que le continent noir, trop souvent synonyme de pauvretè, malnutrition, conflits ethniques à rèpètition et corruption endèmique, conserve et dèveloppe des espaces de relative prospèritè et de normalisation èconomique qui mèritent díÍtre mieux connus.

 

Première déclaration à la presse du nouveau

président de l'Algérie, Abdelaziz Bouteflika

 

CRANS MONTANA Suisse). Le président récemment élu de la République Algérienne Démocratique et Populaire a bien voulu répondre à certaines de nos questions lors du Forum sur la coopération internationale de Crans Montana, dont il a été l'invité d'honneur.

Question :

L'Algérie a déhà fait de grands efforts dans la réforme de son économie dans le cadre des accords avec le FMI. Peut-elle poursuivre les privatisations et d'autres réformes pour gagner la bataille de la globalisation sans mettre en péril la stabilité dans le pays ?

Réponse :

La privatisation et la globalisation ne constituent pas des fins en elles-mêmes. Elles ne sauraient avoir un sens que dans la mesure où elles constituent des supports pour un développement global dont la finalité ultime sera l’homme. Cela dit, je répondrai oui, l’Algérie peut poursuivre les restructurations et les réformes sans mettre en péril la stabilité sociale à condition de les faire accompagner par une politique sociale cohérente à travers laquelle les besoins et les préoccupations du peuple ainsi que les droits du travail seront assurés et garantis sans aucune équivoque.

Question :

Comment envisagez-vous le traitement du défi islamique ? il est clairement établi que les forces armées et la police ont remporté un succès indiscutable dans leur lutte contre le terrorisme. Est-ce suffisant ? Quelle solution adopterez-vous vis-à-vis de ceux qui adoptent une vision extrémiste de l'Algérie.

Réponse :

L'Algérie a connu une crise aiguë, fruit dans ses causes profondes, de choix politiques et économiques désastreux, de l'exacerbation des frustrations et du déchirement du tissu social qu’elles ont entraînés, du jeu des ambitions personnelles inconsidérées, de la manipulation des valeurs sacrées du peuple et des fondements de son identité, de solutions de fuites en avant. La crise que traverse notre pays a donné lieu à l'explosion d'une violence rarement atteinte et menace gravement les fondements de l'unité de la nation. Quelles que soient les causes du déchaînement de la violence, celle-ci est intolérable. Le premier devoir de l'Etat est d'assurer la sécurité des personnes et des biens et, en tout état de cause, il doit le faire résolument, sans faiblesse et sans excès.

Question :

Est-ce que des mesures sont envisageables pour intégrer la mouvance islamiste dans la vie politique et dans le cadre constitutionnel ?

Réponse :

La mouvance islamiste, comme vous dites, est déjà intégrée dans la vie politique et dans le cadre constitutionnel. Elle est représentée dans le paysage politique à travers trois partis politiques. Elle l'est au gouvernement et au parlement. Mais, il s'agit d'une représentation qui est en conformité avec la Constitution ; laquelle constitution a définitivement tranché la question des appropriations partisanes de l’Islam qui fut et demeure religion d’Etat. Donc, aucune mesure ne peut être envisagée en dehors de ce cadre. La constitution de 1976 stipule clairement que l'Islam est religion d'Etat et si vous voulez plus de précision, le peuple algérien tout entier est musulman. En d'autres termes, si vous aimez les mots en " ismes ", le peuple algérien tout entier est islamiste. Ceci dit, et pour une plus grande clarté du débat, notre pays est passé par un trouble identitaire où il s'est trouvé engagé dans un débat qui n'a rien de byzantin. L'Algérie est-elle musulmane avant d'être algérienne ? L'Algérie est-elle arabe avant d'être algérienne ? les réalités ethniques, spirituelles, culturelles civilisationnelles ont trnché. L'Algérie est spirituellement musulmane, culturellement arabe, ethniquement amazighe. Ces trois composantes sont absolument indissociables. Elles font aujourd'hui la fierté d'être et d'exister de tous les Algériens, aucune d'entre elles ne pourrait servir de fonds de commerce, ni à un parti, ni à un clan, ni à quelque leader que ce soit pour charismatique qu'il puisse être, tenté d'en faire un capital pour surenchérir politiquement.

Question :

Donc, pas d'amnistie générale ?

Réponse :

L'amnistie, elle, n'entre pas en égard à la constitution, dans les pouvoirs discrétionnaires du Président de la République. Elle relève de la loi. Seul donc le parlement est habilité à prendre un décision en la matière. Il reste toutefois au Président de la République, constitutionnellement, la possibilité de consulter, par référendum, le peuple tout entier dont la réponse constitue un vérdict souverain. Cette souveraineté donne juste et tout juste le droit au président de la République de le respecter sans zèle ni restriction. En ce qui concerne les requêtes formulées par les ONG chargées de l question des droits de l’homme, nous n'avons aucun complexe vis-à-vis de ces ONG. Nous sommes ouverts à écouter leurs doléances avec toute la sérénité voulue dans le respect des normes consacrées par le droit international. Car nous considérons que les droits de l'homme sont inviolables. Ils sont sacrés et je veillerai, si je suis élu, à ce qu’ils soient scrupuleusement respectés. Et toutes les ressources de la loi, de la politique et de la morale doivent être mobilisées et mises en œuvre afin que les droits et la dignité de l’Homme, qui sont indivisibles, soient préservés ici comme ailleurs.

 

 

 

Afrique du Sud : l'après Nelson Mandela

 

JOHANNESBURG. Le processus démocratique en marche en Afrique du Sud a connu une nouvelle alternance avec l'avènement au pourvoir de Tabo Mbeki, ancien vice-président du Congrès national africain (ANC) et dauphin du leader charismatique, Nelson Mandela. Les tâches qui attendent le nouveau président élu sont multiples. Le congrès national africain (ANC) parti dominé par les communautés noires, totalise environ les 2/3 des suffrages exprimés au cours des dernières élections générales. Cette victoire du parti de Nelson Mandela s'explique fondamentalement par les investissements qui on été faits dans les tournships sud-africains dans le domaine de l'amélioration des infrastructures socio-communautaires a été prioritaire dans les localités abandonnées depuis plusieurs décennies par le régime de l'apartheid. Le successeur de Nelson Mandela hérite d'un pouvoir de plus en plus en difficulté dans la sous-région de l'Afrique australe en raison des émergences de nouveaux acteurs qui s'investissent dans les médiations et la recherche de solution aux conflits qui ensanglantent de grandes nations comme la République démocratique du Congo. Les dirigeants zimbabwéens et zambéen essayent de mettre en place ce front. Mais néanmoins, Nelson Mandela, en raison de tout son rayonnement médiatique, a su surmonter toutes ces pressions. Tabo Mbeki réussira-t-il à remplacer valablement Nelson Mandela sur la scène internationale ? Les analystes avertis ont tendance à émettre quelques doutes en raison du passé politique presque parallèle de deus hommes. En plus des problèmes raciaux, Tabo Mbeki aura à affronter également la pauvreté et surtout le sida dont la progression s'effectue à un rythme assez inquiétant. Des études récentes ont prouvé que 22 % des 42,4 millions de sud africains sont séropositifs et la proportion est encore plus élevée dans la communauté des jeunes adultes. Les prévisions de l'organisation mondiale de la santé donnent le vertige car au rythme actuel de propagation du virus du sida, 9 325 000 personnes seront décédées dans un décennie de cette maladie sauf si un miracle médical intervenait. La réalité de ce chiffre se traduit par 2 550 cas de décès par jour. Dans la province pauvre de Kwazulu-Natal, un adulte sur trois est atteint. A ce rythme effrayant, le sida malheureusement va faire ramener l'espérance de vie qui était de 63 ans en 1990 en dessous de la barre de 40 ans d'ici 2010. C'est donc un réel défi qui attend le nouveau président sud africain qui doit mettre en place une véritable croisade anti-sida.

 

 

 

Le Cannabis, cette drogue qui nous vient du Rif et de Hollande

TANGER. Dans son dernier rapport remis au Premier Ministre français, la Prèsidente de la Mission Interministeérielle de lutte contre la drogue (MILDT) propose une nouvelle politique de lutte contre la toxicomanie. "Les "Drogues légales" comme l'alcool, le tabac et les médicaments sont comprises dans le plan triennal de lutte contre la toxicomanie mise en oeuvre en France. Selon le journale "Le Monde": "les substances "legales" sont en effet plus nuisibles à la santé, 60.000 décès par an sont imputables au tabagisme et 20.000 à l'alcoolisme, tandis que les médicaments sont utilisés dans neuf tentatives de suicide sur dix. L'heoine a pour sa part entrainé la mort par surdose de 229 personnes en 1997 et environ un millier de toxicomanes, se droguant par injection sont morts du SIDA depuis le début de l'Èpidemie. Le Cannabis, n'a, à ce jour, jamais été directement mortel". Pourtant le Cannabis, appelé aussi Marijuana,Kif et Hachich, est en passe d'acquérir ses lettres de noblesse dans la pharmacopée en Angleterre et son utilisation dans les textiles en Allemagne. Destiné à soulager la douleur et la contraction des muscles, cette plante sera utilisée dans moins de cinq ans, disent les medias, tel un médicament à part entiére! Sa substance active a été isolée et étudieée par l'un des plus grands laboratoires de Londres. Plus pragmatiques, les allemands ont entrpris de développer la culture du Cannabis pour obtenir un nouveau textile résistant et bon marché. Alors que se poursuit aveuglément dans le nord du Maroc, son éradication pour satisfaire certains pays de l?Union européenne, affolés par le nombre de leurs drogués et confondant drogue dure et drogue douce. Le "Tiangle d'Emeraud". C'est au nord de la Californie, dans cette bande de terre coincée entre le Comté de Mendocino, celui de Humboldt et l'océan pacifique, que se trouve la plus grande concentration au métre carré de marijuana aux Etats Unis. En clair, la principale "réserve" des 4.325 à 4.850 tonnes d'herbe produites sur le territoire dès 1989, selon les estimations de Washington. Un chiffre qui fait de l'Amérique un des tous premiers producteurs de marijuana au monde et qui a été largement dépassé en 1998. D'autant que cette production raprésente 30 à 50 % de l'herbe fumée aux Etats Unis, et que tout le monde Èvoque l'autosuffisance d'ici deux à trois ans. Le phénomène fait tache d'huile. Il existe aujourd'hui des centaines de coffeeshops à Amsterdam contre une vingtaine il y a dix ans, et environ plus de 2.500 dans toute la Hollande. Leur clientèle est constituitée par le million de néerlandais qui roulent régulièrement son joint et, sourout pour Amsterdam, des nombreux touristes ètrangers. Ainsi, les produits dérivés du Cannabis ne se vendent plus au coin des avenues venteuses, entreprise fort aléatoire qui réserve souvent à l'acheteur de mauvaises surprises quant à la qualité de ses emplettes, mais au comptoir de nouveaux négoces qui poussent comme des champignons à Amsterdam. Les coffeeshops, par dizaine, commencent, en effet, à fleurir au début des années 80. Dans ses cafés expurgés de l'orientalisme Folklo style Katmandou et qui sentent le Formica et les boissons non alcoolisées, on obtien son sachet palstique frappé de la feuille de chanvre symbolique, et empli d'Afghan, du marocain, ou de nederweed (le hasch made in Holland) pour un prix unique de 25 florins (75 FF). Ces transactions vont sortir très rapidement de la clandestinité des arrière-salles abscures. Le client choisi au comptoir des coffeeshops, paye et peut consommer sur place. La Police adopte alors un profil bas: "les drogues duoces n'onte pas notre priorité, nous fermons les yesux sur les coffeeshops tant que celles-ci ne vendent pas de la drogue dure, ce qui est généralement le cas", explique un porte-parole. Cette herbe néederlandaise, d'une excellente qualité, se cultive dans les jardins des particulieers qui cèdent une partie de leur production aux coffeeshops. On la voit également pusser dans les serres d'Aalsmeer où elle a remplacé quelquefois tomates et tulipes. Les cutlivateurs du nederweed l'ont assez souvent répété pour qu'on les croit sur parole: "les marocains ou les thailandais travaillent da faÁon primitive. Nous, nous possedons des serres ultramodernes, commandées par ordinateur et qui garantissent un produit haut de gamme".

 

 

 

 

 

 

Coopération culturelle et droits de l'homme

L'Association humanitaire internationale "Médecins du Monde", bien connue chez tous les peuples en détresse, victimes de guerres ou d'épidémies, ayant son siège à Paris, a fait parvenir à notre journal ce témoignage du Docteur Alain Lagoute, un de leurs volontaires en mission humanitaire au Kossovo. Nous la publions certains qu'elle soulevera un élan de solidarité, soit vers ce peuple qui subis un sanglante et injuste pérsécution, soit vers ces volontaires de l'humanitaire dont les besoins son immenses. "(É.) Pour ma première mission humanitaire, c'était vraiment dur! Physiquement et moralement. Jo crois qu'on a du mal, ici en France, à imaginer la réalité. On ne se rend pas vraiment compte de ce qui se passe là-bas. Il faut l'avoir vécu. Tu rentres dans un "no man's land" où plus personne ne circule. Tu vois des dizaines et des dizaines de vaches éventrées. Des meutes de chiens qui n'ont rien à manger, et qui attaquent ceux qui passent à proximité. Tous est détruitÉ. Dès notre arrivée, aves les duex infirmières et l'autre médicin volontaires, nous sommes partis en 4x4 dans la foret, où les populations s'étaient réfugiées. Le gens vivaient dans des camps de 10.000 à 25.000 personnes, sous des branchages, sans rien. Imaginez: quand leur village avait été bombardé par les Serbes, ils étaient partis en courant, emportant uniquement ce qu'ils avaient sur eux. Depuis, ils étaient coupés du monde. A' notre arrivée dans les camps, il fallait voir les visages s'illuminer: enfin, quelqu'un connaissait leur existence et venait à leur secours!On soignait, sans s'arreter, 200 à 250 personnes par jour. Beaucoup de diarrhées, accompagnées parfois de déshydratations aigues, de gales, d'infections respiratoires, de problèmes obstétriques. Les femmes accouchaient par terre, dans la boue. Sans aucune aide de "matrone" traditionelle, puisque, avant ces événements, elles accouchaient normalement à l'hopital, comme en France.Ces déplacés n'avaient strictement rien! On travaillait dans des conditions très précaires, à un rythme épuisant. La seule chose qui nos aidait à supporter la fatigue, c'était ce remerciement, cette gratitude, dans le regard de ceux qu'on soignaitÉ. On m'a amené un jour une vieille femme asthmatique. Elle était bleue. Elle ne respirait pratiquement plus. Elle avait été obligée d'interrompre brutalement son traitement médical, quand elle s'est enfuie dans la foret. La pompe de son coeur ne fonctionnait presque plus. Sans nous, elle n'en avait plus que pour quelques heures à vivre. Quand je l'ai revue, huit jours après qu'elle ait repris son traitement, elle était métamorphosée ! Au bout de 15 jours, avec le cessez-le-feu, les réfugiés sont revenus dans leurs villages. Ils se sont entassés dans les quelques maisons qui n'avaient pas été détruites, à plusieurs familles par pièce. A' partir de ce moment-là, nous avons pu organiser les consultations directement dans ces maisons, chauffées avec des poeles à bois. C'était uand meme un peu mieux!Actuellement, les problèmes médicaux restent très importants, car beaucoup d' "ambulantas" (les centres de soins) ont été rasés. Et puis les médecins et les infirmiers kosovars ont été souvent torturés et parfois neme tués. De tout jeunes médicins se sont portés volontaires pour les remplacer. Mais ils n'ont aucune expérience, aucun matériel, et ils ont vraiment besoin d'etre conseillés. Quant à l'hopital de Pristina, les kosovars évitent d'y aller, car les policiers font parfois subir un véritable interrogatoire aux femmes et aux hommes qui s'y rendent. Alors, les femmes enceintes préfèrent accoucher dans une "maternité" albanaise. Il s'agit en fait d'une petite maison. Dans l'escalier, son rassemblées les femmes qui viennent d'arriver, au stade des premières contractions douloureuses. En haut, dans une toute petite pièce, ce sont celles qui sont en travail, l'une derrière l'autre. Celles qui accouchent sont dans une autre pièce, qui comporte seulement 2 tables de travail. Enfin, la dernière pièce, où se trouvent 6 lits, c'est da salles de repos.Les accouchées y sont entassées à trois par lit, dans des draps souillés par le sang de celles qui sont passées avant. Les bébés sont alignés dans un coin. Les mères ne peuvent s'y reposer que deux heures, puis doivent laisser la place aux suivantes. Et elles ne se plaignent pas. C'est inimaginable! Si je ne l'avais pas vu, j'aurais du mal à le croire! Il faudrait trouver une maison adjacente à louer, où nous pourrions suivre les femmes en pré-travail et les accueillir aprés l'accouchement, pendant au moins un jour ou deuxÉ."

 

 

 

 

 

Aminata Traoré, femme-ministre du Mali

Celle qui a dit: "La culture est un élément de la reconstruction de la société" est l'actuelle ministre de la culture du Mali, Aminata Traoré, inspiratrice d'une nouvelle philosophies humaniste africaine. C'est une femme d'une grande vivacité d'esprit et d'une grande dignité personnelle qui depuis vingt ans, comme l'a expliqué elle-meme, c'est engagée en première personne dans la recherche d'une voie autoctone pour la gestion des ressources économiques et culturelles et pour orienter dans un sens responsable et autonome l'action des gouvernants africains et de leurs peuples vers le développement. Elle affirme que "chaque africain doit se convaincre que les produits africains doivent tout d'abord etre consommés par les africains, car cet intéret peut devenir une arme essentielle contro la marginalisation du continent noire". Elle ajoute qu'il est inconcevable qu'à l'aube du deuxième millénaire et après un demi siècle d'indépendance, les Africains négligent les ressources de leur terre et ne s'en servent pas pour Créer une esthétique et une modernité africaine, au lieu de se laisse handicaper par des normes définies par d'autres. Femme-ministre du gouvernement Alpha Oumar Konaré, le premier démocrate et libéral de l'histoire du Mali, Aminata Traoré est aussi auteur d'un livre pari en France chez Actes Sud, ayant pour titre: "L'Etau, l'Afrique dans un monde sans frontières". On est frappé par le réalisme de son analyse et par la clarté de ses propos. Toujours à propos d'économie, elle écrit dans le chapitre "La corde au cou" que pour les populations africaines la dette constitue la pire des prejudices que les dirigeants et les partenaires leur infligent. "Après avoir perverti les efforts antérieures de "développement", la dette extérieure est en train de miner, littéralement, les chances de libération économique et politique effective que les pays africains tentent, encore une fois, de saisir. "Il ne s'agit aucunement de nier les besoins de l'Afrique en capitaux, ni meme le principe de l'endettement, quand l'Etat en informe le peuple et qu'il est en mesure d'honorer ses engagements sans hypothéquer sa souveraineté et l'avenir. C'est loin d'etre le cas, pour l'heure. "Selon le Comité d'annulation de la dette du tiers-monde (CADTM), les pays africainsont déboursé cent soixante-dix milliards de dollars pour le service de la dette (intérets et capital); ce service coute chaque année quatre fois le montant des budgets de santé et d'éducation. Au Mali, il constitue le premier poste de dépense budgétaires avant les charges salariales, et accaparait 48% des recettes budgétaires ou 37% des exportations en 1994." L'auteur ajoute que Susan George l'appelle "le fardeau de l'homme noir", tant elle est lourde à porter, difficile à gérer et impossible à rembourser. La dette extérieure marque à l'heure actuelle de son sceau les rapports de l'Afrique au monde et dans une large mesure à elle-meme. La raison en est le poids démesuré des créanciers multilatéraux et bilatéraux sur les mécanismes de prises de décisions dans pratiquement tous les domaines de l'existence des populations africaines, de la fécondité des femmes aux modalités de la démocratisation et de la participation du continent à la marche du monde.Aminata Traoré rappelle encore que: "De la dèmocratie, les populations africaines atttendaient précisémen des mesures qui mettent un terme à l'érosion de leur conditions d e vie. Contrairement à une idée répandue, selon laquelle elles veulent tout et tout de suite, elles savent que la création et la redistribution de richesses relévent du moyen et du long terme. L'exaspération nait surtout du fait que des dirigeants démocratiquement élus qui héritent des emprunts antérieurement contractés sont obligés, pour honorer le service de la dette, de se soumettre à une discipline essentiellement comptable qui va totalement à l'encontre de la satisfaction des besoins humaines les plus vitaux: l'emploi, l'alimentation, la santé , l'eau, l'éducation, l'assainissement, le logement." Dans une interview au quotidiesn "Le Monde" du 1er Mars dernier, à la demande: "Quelle est, selon vous, la priorité : la culture ou l'éducation?" Aminata Traoré a répondu: "Près de 80% de la population malienne n'a pas été à l'école, mais on ne va pas attendre que tout le monde soit alphabétisé pour parler de développement et de culture. Nous avons organisé une série de réunions, Dialogue et Vision: où en sommes-nous? Que voulons-nous pour nous-meme?Cela nous a amenés à récentrer notre action sur la personne humaine - c'est ce que nous appelons la maaya (l'humanisme). Il n'y a de culture que là où il y a des hommes qui ont une mémoire, une présence, et qui pensent un futur. Nous avons fait le bilan de trente années d'action culturelle, par secteur - musique, chant, danse, photo, cinéma, avec leurs acteurs. Nous avons procédé de la meme manière pour le tourisme. "L'effort de alphabétisation et d'écriture des langues a été considérable au Mali. Nous sommes l'un des rares pays d'Afrique où des yournaux son lus par les paysans dans leurs langues nationales, que nous avons revalosirées afin que tous participent aux prises de décisions, sans se heurter à l'hermétisme des acteurs culturels et des termes employés. Nous parlons donc en bambaraa, la lamgue majoritaire au Mali. Nous avons refusé la ghettoisation de la culture, qui n'est pas le parent pauvre du développement, mais un élément de la reconstruction de la société, de l'économie."

 

 

 

 

 

UN NOUVEAU PARTENARIAT POUR UNE MONDIALISATION SANS PAUVRETE.

BRUXELLES. Les programmes communautaires d'aide au développement ont connu une croissance moyenne de 3,3% par an au cours des cinq dernières années, tandis que l'effort global des pays membres du comités d'aide au Développement (CAD) de l'Organisation de coopération et de Développement Economique (OCDE) accusait un recul de 4,7%. De ce fait la communauté européenne est le cinquième parmi les 22 membres du CAD.

 

 

 

 

 

La politique de coopération au développement.

Le principe même des relations entre l'Europe et les pays ACP a toujours été, depuis l'origine, celui du partenariat destiné à permettre une adaptation des pays ACP à l'environnement international, mais au-delà du régime commercial, le partenariat doit devenir beaucoup plus politique. En effet, la politique d'aide au développement date des années soixante. Depuis avec les traités de Maastricht et d'Amsterdam, la politique de coopération au développement est devenue partie intégrante de la Politique Extérieure et de Sécurité commune (PESC) de l'Union européenne. Mais en outre le partenariat doit aussi se généraliser, en premier lieu à nos partenaires gouvernementaux, mais aussi à la société civile de l'espace ACP. Il doit enfin se manifester encore plus avec la communauté de donateurs. Le partenariat doit aussi manifester sa nouveauté et sa vitalité dans ses objectifs. Il s'agit en effet de passer de la conditionnalité au contrat. Il convient d'établir entre partenaires adultes et responsables un cadre d'obligations mutuelles afin de permettre aux pays qui le veulent de s'aider eux-mêmes. Tout ceci en fonction de leurs besoin mais aussi de leurs performances, dans un environnement international globalisé. Même si l'on peut considérer que la mondialisation est irréversible, force est de constater qu'elle n'est pas uniforme et qu'elle ne peut sesubstituer à la coopération au développement. Elle entraîne au contraire la nécessité d'un nouveau contrat social, surtout avec près de la moitié des pays ACP qui sont les plus déshérités de la planète. Prenons par exemple: Un malien dispose d'un revenu annuel 100 fois inférieur à celui d'un européen. Sans action volontariste de lutte contre la pauvreté, il lui faudra 456 ans pour atteindre le niveau de vie actuel d'un européen. La population mondiale passera de 6 milliards aujourd'hui à presque 8 milliards en 2020. Le rapport entre la population des pays développés et celle des pays en développement, qui était de 1à 5 en 2050. L'Europe était deux fois peuplée que L'Afrique. En 2050, la population africaine sera 5 fois supérieure à celle du vieux continent à augmenter. 40% des habitants vivant aujourd'hui au sud du Sahara sont urbains Un taux de croissance économique de 6% par an qui est prévisible pour plusieurs pays africains entraîne un doublement en douze ans de la population urbaine. Au-delà de la perception des interdépendances négatives, les enjeux mutuels du développement sont réels. Dans un monde où chaque pays peut entraîner l'ensemble des autre dans sa chute, on ne peut laisser se développer des poches de misère. N'oublions pas que la réduction de la pauvreté est favorable à la croissance.

 

 

 

 

 

UNE PHASE NOUVELLE DANS LES RELATIONS

ENTRE L'UNION EUROPEENNE ET LES PAYS ACP.

BRUXELLES. Le rôle de la coopération pour le développement. L'Europe, comme la plupart des donateurs, s'est interrogé sur le rôle qui revient à la coopération pour le développement face aux évolutions économiques, politiques, sociales et environnementales qui manquent le monde actuel. Cet effort commun à été en particulier dans le cadre du comité d'Aide au Développement (ACD) de l'organisation de coopération et de Développement économique (OCDE) et a donné lieu à l'élaboration d'une Stratégie pour le XXIe siècle. Ceci à entraîner de nouvelles exigences et approches pour la politique communautaire de développement. Avec 2,5 milliards d'Euros dépensés en 1998, l'aide communautaire, gérée par la commission européenne en coordination avec les 15 Etats membres, représente 17% de l'aide globale de l'Union européenne. Paradoxalement, c'est à cause de la mondialisation que la coopération au développement retrouve des dimensions nouvelles dans les relations économiques internationales. En effet, si la mondialisation entraîne de nouvelles fragmentations, elle provoque aussi de nouvelles interdépendances. Ceci n'est pas un jeu à somme nulle. Pour autant, la coopération au développement doit non seulement accompagner les effets de la mondialisation, mais aussi les anticiper en amont, faute d'être condamnée à un rôle de service social international. Au-delà de cette exigence, de nouvelles approches sont mises en Ïuvre fondées sur les enseignements de l'expérience.

Comment financer le développement ?

Autre souci partagé par l'union européenne les principaux donateurs : comment réunir les conditions nécessaires, à long terme, pour financier le développement durable d'économies de marché dynamiques tournées vers le XXIe siècle ? En particulier le rôle déterminant qui revient auxdiverses composantes d'un ensemble de plus en plus complexe de sources et de modes- publics et privés, intérieurs et internationaux - de financement du développement. Ces conditions reposent tout d'abord sur la volonté et l'action pour rendre sa légitimité à l'aide au développement. Si l'on tient compte du regard de l'opinion publique, en particulier européenne, l'aide publique au développement subit une crise de légitimité. Conçue au départ comme une parenthèse dans l'histoire des nations, cette création récente perdure en engendrant parfois des effets pervers. Les citoyens européens demander de faire de partage entre une aide inutile utilisée comme rente permettant de différer l'adoption de réformes essentielles et une aide bien utilisée facilitant le développement. Il importe d'autant plus d'y répondre que la diminution globale du volume de l'Aide Publique au Développement (APD) est parfaitement réelle. L'ADP représente moins de 15% des ressources extérieurs financières nettes des pays du Sud contre 50% en 1988.Il est vrai que depuis la même date, soit en dix ans, les apports financiers privés ont augmenter de 500%. D'où la volonté de l'union européenne de renforcer le rôle du secteur privé, qu'il soit national, européen ou international. Car, si le monde est désormais global, chacun doit pouvoir y trouver sa place. "En ce qui concerne le développement, le problème est de comprendre comment le monde transforme plutôt que de prétendre le transformer sans se donner les moyens de le comprendre".

La politique de Lomé.

Les acquis de la politique de Lomé sont bien connus. Une relation d'ensemble avec des régions en développement, en particulier celles où se trouvent beaucoup de pays parmi les plus pauvres de la planète (près de 40 pays ACP) : ? Un partenariat négocié destiné à soutenir les capacités internes de nos partenaires et leur accès aux débouchés commerciaux dans des conditions internationalement maîtrisées : ? Un réseau de solidarités et d'intérêts réciproques, assorti de filets de sécurité transitoires pour les plus vulnérables. Les objectifs à long terme ont été précisés à travers les Traités de Maastricht et d'Amsterdam : ? La lutte conte la pauvreté et la promotion du développement durable (avec priorité aux secteurs sociaux) ; ? L'appui à l'intégration harmonieuse des pays en développement dans l'économie mondiale (avec renforcement du rôle du secteur privé) ; ? Le respect des Droits de l'Homme, de la démocratie et de la bonne gouvernance. Pour y parvenir, l'Union européenne dispose de certaines possibilités propres.

 

 

 

 

 

L'île Maurice : un exemple de coopération

BRUXELLES. Les Accords UE-ACP signés depuis 1975 ont-ils atteint leur but, à savoir permettre aux bénéficiaires de profiter d'avantage économiques et commerciaux pour jeter les bases d'un développement durable ? Si la réponse est loin d'être évidente pour tous les pays d'Afrique, des carïbes et du Pacifique, l'île Maurice, en revanche, est souvent citée en exemple ce petit Etat insulaire a su tirer parti des conditions particulières d'accès au marché européen pour diversifier son économie. En 1951, Port-louis signe avec Londres le Common-wealth Sugar Agreement (CSA). Par accord, les Britanniques s'engagent à acheter la majeure partie de la production sucrière mauricienne à un prix subventionné. En 1975, alors que le Royaume -Uni est devenu membres de la communauté économique européenne (CEE) l'année précédente, le CSA est remplacé par le protocole sucre, qui concerne treize pays ACP. LACEE s'engage à acheter 1,2 millions de t de sucre à un prix garanti négocié chaque année, tarif nettement supérieur au cours international. Le quota mauricien est fixé à 507 t de sucre brut (augmenté de 73 000 t en 1995, après l'adoption de l'accord commercial spécial sur le sucre). Son prix de vente -523,5 Euro la tonne en 1997- est deux fois supérieur au cours pratiqué sur le marché mondial. Profitant de cet accès dérogatoire au marché communautaire, Maurice CVAréaliser un profit aussitôt réinvesti d'autres secteurs. Lîle trouve là les financements nécessaires pour s'affranchir de sa monoculture d'exportation en diversifiant ses activités. Elle met d'abord l'accent sur le secteur manufacturier en devenant leader de la filière textile, puis développe, dans un second temps, ses services, en particulier l'offshore financier (grâce à de nombreuses exonérations fiscales) et le tourisme, si bien qu'a l'heure actuelle, l'agriculture ne contribue plus qu'a hauteur de 10% du PIB, contre 30% pour l'industrie et 60% pour les services, Le cas mauricien a donc valeur de modèle. Les gouvernements pris soin de dialoguer avec Bruxelles et sufaire bon usage des avantages financiers et commerciaux qui lui étaient proposés Résultat : malgré son isolement, ses sols volcanique et son climat cyclonique, l'île fait maintenant figure de "petit dragon".

 

 

 

 

Explosion des investissements miniers en Afrique

MARRAKECH. A Marrakech, au Maroc, vient d'avoir lieu Le 5ème Symposium sur les opportunités d'investissement et d'exploration miniers en Afrique. Ce sont plus de 400 participants dont 44 compagnies minières et 13 institutions financières du monde entier qui ont pris part aux travaux de ce forum organisé à l'initiative du ministère marocain des Mines et de l'Energie, de la Commission économique pour l'Afrique des Nations unies et de l'Agence multilatérale de garantie des investissements (MIGA), une filiale de la Banque mondiale. Les conférenciers ont passé en revue trois thèmes importants : la problématique de la couverture géologique, l'exploration minière, la sécurité et la promotion des investissements en Afrique. La tenue de ce 5ème Symposium est intervenue à un moment où l'économie mondiale ne s'est toujours pas remise des turbulences des marchés monétaires et financiers <<La MIGA veillera à assurer sa mission d'intermédiaire facilitateur d l'investissement, notamment en Afrique qui dispose de grandes potentialités minières>>, a pourtant tenu à assurer le vice-président exécutif de la filiale de la Banque mondiale. Motamichi Ikawa. De son côté, le représentant de la Commission économique des Nations unies pour l'Afrique, Mbaye Diouf, est resté optimiste en relevant que les problèmes politiques et l'instabilité du continent n'ont pas, pour autant, dissuadé les investisseurs miniers internationaux de prendre des options dans différents pays. << C'est même une ruée à laquelle on assiste actuellement en matière d'investissements >>, a-t-il révélé. Les plus volontaires sur ce chapitre sont les Canadiens. Sur plus de 1 500 sociétés canadiennes présentes en Afrique, un tiers sont, en effet, impliquées dans les mines avec un portefeuille de 500 permis d'exploration et d'exploitation.

 

 

 

 

 

ARRIVEE DES MULTINATIONALES.

L'importance des gisements miniers dans le continent fait qu'aujourd'hui les multinationales sont prêtes à prendre le risque, même si c'est avec le parapluie de la filiale de la Banque mondiale. Depuis sa création en 1994, la MIGA assure la garantie contre le risque politique pour plusieurs projets miniers sur le continent.

 

 

 

 

 

En Tunisie une cascade d'investissements étrangers

TUNIS. En dix ans, le volume des investissements directs étrangers a été multiplié par cinq, plus d'un millier d'unités industrielles se sont installées, et plus de 70 000 emplois ont été créés. En 1999, la Tunisie espère plus d'un milliard de dollars d'engagements étrangers. Encouragés par des mesures économiques d'envergure élaborées depuis cinq ans par les pouvoirs publics, les investisseurs étrangers se pressent au portillon du marché tunisien. C'est ainsi que, entre 1987 et 1997. Le volume des investissements étrangers a été multiplié par cinq, passant de 101 millions (de 100 millions à 500 millions de dollars environ). Plus de 1650 entreprises étrangères ou mixtes sont aujourd'hui installées en Tunisie, pour un volume total d'investissements dépassant les 5 milliards de dinars. Opérant principalement dans le secteur du textile de l'habillement (680 entreprises), elles ont créé 150 000 emplois et représentent 30% des exportations tunisiennes. Au cours des dix dernières années, 1 070 unités industrielles se sont installées en Tunisie, ce qui a permis de créer 74 300 emplois. Ces résultats sont le fruit des réformes engagées par la Tunisie pour renforcer la compétitivité de l'économie et mettre en place un environnement plus favorable à l'entreprise. Avec des résultats, puisque, en 1997, 120 millions de dinars - contre 93 millions en 1994 - ont été injectés dans l'économie tunisienne par les partenaires étrangers, a indiqué récemment le ministre de la Coopération internationale et de l'Investissement extérieur, Mohamed Ganacherie. Selon lui, 270 projets européens sont entrés en phase de production en 1995 et en 1996. Des projets dont la valeur déclarée auprès des agence d'investissement tunisiennes est estimée à 600 millions de dinars, en 1997, et qui ont généré 117 000 emplois. Les prévisions du Ixe Plan (1997-2001) tablent sur un volume d'investissements extérieurs de l'ordre de 2.3 milliards de dinars pour l'ensemble des secteurs et de 1.25 milliards dans les activités hors énergie.

 

 

 

 

U.E.:Aide au développement

des oasis mauritaniennes.

NOUACKOTT. L'Europe Des Quinze souhaite contribuer au développement des oasis mauritaniennes de la région de l'Adrar (centre-nord).Le directeur pour l'Afrique de l'Ouest et centrale de la Commission européenne. Hans Smida, a rencontré le président mauritanien Maaouya Ould Sid'Ahmed Taya. Si un accord final est trouvé, l'union européenne aidera à la commercialisation de la production de dattes et de produits maraîchers pour un montant de l'ordre de 2.8 millions d'écus (soit environ 18.5 millions de FF). Hans Smida a également visité le parc du Banc d'Arguin, sur la zone littorale de la Mauritanie entre les villes de Nouadhibou. L'Europe finance le bornage du parc, l'installation d'un radar et des vedettes de surveillance afin de protéger les zones de reproduction des poissons contre la pêche non-autorisée. Au titre du 8ème Fonds européen de développement (Fed), un programme de 77 millions d'écus (près de 500 millions de FF) a été approuvé en faveur de la Mauritanie.

 

 

 

 

 

Afrique : les pays qui importent le plus

ABIDJAN. Championne de l'exportation en Afrique (recettes : 29.7 milliards de dollars en 1996), l'Afrique du Sud est également la championne de l'importation (27.06 milliards de dollars en 1996). Elle donne le bon exemple d'un commerce extérieur assez équilibré, en vendant à l'étranger presque autant de produits manufacturés qu'elle en importe. Ce qui montre bien que son niveau d'industrialisation est assez élevé et que le pays fait partie des pays riches (son produit national brut la situe au 29ème rang mondial, sur 299 pays). Huitième exportateur africain, l'Egypte figure au 2ème rang des importateurs. Ces bonnes performances ne sont pas signes pour autant d'un développement réussi de son économie ni d'un commerce extérieur équilibré. Encore peu industrialisée, l'Egypte dispose d'une agriculture importante, qui a surtout mis l'accent sur les cultures de rente et pas assez sur les cultures vivrières ou de subsistance. Ce qui ne lui permet pas d'atteindre l'autosuffisance alimentaire et l'oblige à importer des produits alimentaires provoquant ainsi un déficit de sa balance agricole. Même situation à Maurice, petite île de l'océan indien qui consacre 70% des surfaces cultivées à la canne à sucre, ce qui limite par conséquent la production vivrière et oblige le pays à importer. Une même évolution s'observe au Sénégal, en Afrique de l'Ouest, qui doit importer du riz et du blé, mais aussi des produits pétroliers (pour les besoins de la consommation automobile et pour ceux des centrales thermique, qui produiront l'électricité nécessaire à l'éclairage des habitations et des villes, comme au fonctionnement des usines). (Souce : BAD)

 

 

 

 

Afrique : les pays qui exportent le plus

ABIDJAN. Le Sénégal, le 14ème pays par le nombre de produits exportés, est un bon exemple de diversification de l'économie. Au moment de l'indépendance, en 1960, ce pays d'Afrique de l'Ouest subissait la <<dictature de l'arachide>>, une monoculture de rente, destinée à la production en France d'huile d'arachide (usines lesieur de Marseille). Celle-ci constitua pendant des années la source principale des recettes d'exportation sénégalaises. Depuis, le pays a très sensiblement ouvert l'éventail de ses productions commerciales destinées à être vendues à l'étranger : dans le domaine agricole, les fruits tropicaux (mangues), les produits maraîchers (salades, carottes, tomates-cerises), ainsi que les cacahuètes et les noix Celle-ci n'a fait que décroître en part relative, tombant à 8.1% des exportations sénégalaises (en valeur, en 1996). On assiste actuellement à une montée des exportations de produits de la pêche (poissons frais, poissons congelés, crustacés), soit 28.9% du total des exportations sénégalaises, tandis que les phosphates et les produits chimiques représentent plus de 15%. Parmi les meilleurs scores réalisés dans notre classement, on trouve ceux du Zimbabwe (qui a doublé le nombre de ses produits exportés, ceux-ci passant de 87 en 1980, à 176 en 1994) et de l'Egypte (171 produits exportés en 1994, contre 80 en 1980) ou encore de Maurice (111 produits exportés en 1994, contre 55 en 1980).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un vaccin contre le Sida peut-être en 2002

 

STOCKHOLM. Selon l'annonce publiée par le quotidien suédois "Svenska Dagbladet" une équipe de chercheurs suédois vient de présenter un tout nouveau concept de médicament contre le VIH. "Nous n'avons rien voulu dire aussi longtemps que nous n'étions pas sûrs du résultat", raconte Anders Vahlne, professeur de virologie clinique à l'Institut Karolinska de Stockholm et à l'hôpital de Huddinge, dans la banlieue sud de la capitale. "Aujourd'hui, il est temps de parler." La préparation mise au point par les chercheurs a montré, au cours de tests sur des cellules et sur des animaux, qu'elle pouvait avoir un effet sur toutes les variantes du VIH, même sur celles qui résistent aux médicaments actuels, sans créer de virus résistants. En outre, des tests réalisés sur cinq patients séropositifs n'ont révélé aucun effet secondaire négatif. Depuis dix ans, les recherches d'Anders Vahlne se sont focalisées sur les quelque 15 protéines qui caractérisent le virus du sida. Le chercheur synthétise en grande quantité les protéines, puis les fractionne en fragments plus petits, les peptides. Un peu par hasard, Anders Vahlne a découvert qu'un des tripeptides (composés de 3 acides aminés) qu'il avait synthétisés, le GPG, qui occupe une place stratégique sur la face externe du virus, était capable de tuer le VIH in vitro. Une modification chimique induite accidentellement lors de la synthèse du peptide est à l'origine de cet effet meurtrier. Les chercheurs ont alors introduit le GPG modifié dans des cellules infectées par le VIH. Le virus n'arrivait plus à fabriquer correctement la capsule qui l'entoure et perdait ainsi son pouvoir d'agression. [En mars prochain, 32 séropositifs devraient expérimenter le médicament. Les essais à plus grande échelle devraient débuter en décembre 2000.] Le but est d'expérimenter rapidement la préparation afin de mettre au point un traitement alternatif destiné aux patients de plus en plus nombreux à développer une résistance aux médicaments actuels. Des contacts préliminaires avec la FDA américaine (Food and Drug Administration) laissent penser que le nouveau médicament suédois contre le sida pourrait être autorisé et mis sur le marché dès 2002.

 

 

 

 

 

Djibouti : La coopération militaire française en accusation

 

 

PARIS. Les leçons de l'histoire récente du Tiers Monde ne semblent pas avoir entamé la stratégie politique de la coopération militaire française en Afrique qui protège et se précipite à l'aide des petits dictateurs les plus grotesques et des régimes les plus détestés par les populations de ses ex-colonies. C'est encore le cas de la République de Djibouti, qui survit grâce à la présence massive des forces armées françaises. En effet, jusqu'en 1977, année de son accession à l'indépendance, Djibouti était un territoire français et, dans les faits, il l'est resté. Aucune liberté publique et privée et aucun respect des minorités ethniques (les Afars) ne sont garantis. Tous les opposants au pouvoir en place sont réprimés. Les médias pro-gouvernementaux orchestrent souvent des campagnes de diffamation à leur encontre. Les hommes politiques de l'opposition sont constamment surveillés, harcelés et menacés. Ils sont toujours à la merci d'un procès monté de toutes pièces. Nombreuses poursuites judiciaires à l'encontre de journaux ou de journalistes. Les deux journaux d'opposition, Le Temps et Le Renouveau ont été interdits de publication. En conséquence, désormais seuls les médias étatique sont autorisés. Monsieur Amir Adawé, rédacteur en chef du journal La République et membre influent du Parti PND (Parti National Démocratique) est actuellement détenu. Le Président Hassan Gouled (ethnie des Issas) a régné sans partage pendant plus de vingt ans. En novembre 1991, une guerre civile éclate. Elle oppose le Front de Restauration de l'Unité Démocratique (FRUD) et les forces gouvernementales. Le FRUD regroupe en réalité quatre courants d'opposants Afar :

- MPL : Mouvement Populaire de Libération

- FRPD : Le Front de Résistance Patriotique de Djibouti

- AFD : l'Alliance des Forces pour la Démocratie

- AROD : l'Action pour une Révision de l'Ordre à Djibouti

Cette guerre durera trois ans, jusqu'au 26 décembre 1994, daté à laquelle est signé un traité de paix entre un groupe dissident du FRUD et une partie du gouvernement à Ab'a. Quelques ministres issus du FRUD figurent encore au gouvernement. Cependant, une partie du FRUD a rejeté les accords de paix. Le 2 novembre 1999 : Monsieur Mohamed KADAMY, représentant du FRUD en Europe et personnalité d'une grande culture et internationalement estimée, en détention provisoire à la prison de Gabode depuis septembre 1997, et en grève de la faim avec 45 autres prisonniers depuis le 19 octobre, souffre d'une insuffisance rénale, mettant ses jours en danger. Le médecin qui l'a ausculté le 29 octobre aurait demandé son hospitalisation. Il n'a été transféré à l'hôpital que plusieurs jours plus tard.Les affrontements armés entre les forces gouvernementales et le mouvement armé du FRUD, présid é par M.AHMED DINI AHMED s'intensifient depuis plusieurs mois au Nord et à l'Ouest du pays. Dans ces zones de conflits les violations caractérisées des droits de l'Homme par les forces régulières (force nationale de police &endash; FNP, et l'Armée nationale djiboutienne &endash; AND) de l'Etat Djiboutien sont nombreuses. En guise de représailles, ces dernières exercent une répression féroce à l'encontre des nomades soupçonnés d'appartenir ou " susceptibles de connivence avec le rébellion " sans produire au préalable la moindre pièce à conviction ou la moindre preuve de cette appartenance ou connivence. La population Afar est principalement visée, victime de ratissage de leurs zones d'implantation, d'exécutions sommaires, de viols. Des centaines de personnes de l'ethnie Afar sont contraintes de se réfugier en Ethiopie. Les élections présidentielles du 9 avril 1999, très contestées, portent au pouvoir Monsieur Ismail Omar Gulleh, qui n'est autre que le neveu et le plus proche collaborateur de l'ancien Président Hassan Gouled et l'ancien chef des services de sécurité. Le nouveau chef de l'Etat est investi dans ses fonctions le 8 mai 1999. C'est alors que le scandale éclate et que même en France les milieux politiques s'émeuvent et demandent une enquête serrée. Il s'agit de la mort à Djibouti du juge français Bernard Borrel dont le nouveau chef de l'Etat aurait été le commanditaire. Plus de quatre ans après la découverte, dans un ravin, du corps calciné de ce magistrat français, alors conseiller auprès du ministre de la justice à Djibouti, un témoignage essentiel vient remettre en cause la thèse du suicide, jusqu'ici privilégiée par l'instruction. Rendu public par le Figaro dans son édition du 11 janvier, ce témoignage vient renforcer la conviction d'Elisabeth Borrel que son mari a été assassiné. L'homme se nomme Mohamed Saleh Alhoumekani. Agé de trente-six ans, il vit actuellement en Belgique où il a demandé l'asile politique il y a quinze mois. Marié et père de trois enfants, il affirme craindre pour sa sécurité et " surtout celle de (sa) famille restée au pays " précise-t-il. Son témoignage il est vrai met en cause rien moins que l'actuel président de la république de Djibouti, Ismail Omar Gulleh. Mais l'ambassade de Djibouti a dénoncé de son côté, dans un communiqué à la presse parisienne, " le témoignage d'un individu instable " et y décèle " les mains de certains milieux français animés par une hostilité constante à la stabilité et à la paix en République de Djibouti ". Trop tard. (A.G.)

 

 

Découverte de 3000 manuscrits anciens à Tombouctou

 

PARIS. L'historien et chercheur malien Ismael Diadé Haidara, auteur notamment de " l'Espagne musulmane et l'Afrique subsaharienne " ainsi que de " Les Juifs à Tombouctou " a informé l'Institut International d'Anthropologie de PARIS qu'une nouvelle bibliothèque d'anciens manuscrits, appartenant à Mahmud Kati, l'auteur du célèbre " Tarikh al-Fettash " a été découverte dans plusieurs familles des villages de la région de la Boucle du Niger. Il s'agit de 3.000 manuscrits inédits et inconnus du public, qui vont du XIVème au XIXème siècles. Le précurseur de fond historique d'une valeur scientifique certaine fut le père de Mahmud Kati, né à tolède et qui s'exila en 1468 dans le Mali actuel. Dès cette date, Mhamud Kati et ses descendants ont continué à enrichir ce patrimoine écrit familial de nouveaux documents, dont des lettres de l'Askya Mohamed et l'autobiographie complète de kati. M. Ismael Diadé Haidara a proposé aux milieux scientifiques de son pays et des pays occidentaux de créer un collectif de chercheurs pour la sauvegarde et l'étude de cet extraordinaire héritage culturel de sa ville, qui vient s'ajouter aux déjà très riches bibliothèques privées de Abdelkader Haidara et à celle du Centre de Recherche Historique Ahmed Baba (CEDRAB).

 

 

 

 

Le soleil, énergie du nouveau millénaire

 

PARIS. Le programme solaire mondial initié par l'Unesco pour stimuler la recherche, l'éducation, la production, la commercialisation et la création d'emplois dans tous les domaines liés aux énergies renouvelables, prévoit la mise en Ïuvre avant 2005 de 300 projets " hautement prioritaires " visant à renforcer les capacités industrielles en matière hélioénergétique en Afrique. L'énergie solaire que la terre reçoit représente environ 16.000 fois la consommation énergétique actuelle de l'homme. Sous les tropiques, la quantité d'énertgie moyenne mesurée est d'environ 2.500 KWh/m2/an, tandis qu'elle est seulement de 1.350 KWh/m2 dans le sud de la France. Avec des photopiles au silicium (rendement de 10 à 12%) ou au cadmium (rendement de 5 à %), la surface de captage est de 3.000 hectares sous les tropiques pour produire la même quantité d'énergie qu'une tranche nucléaire de 1.000 Mwe. En 1975, la puissance de l'électricité d'origine nucléaire dans le monde correspondait à une puissance totale de 68.000 Mwe. Dans le projet transsahélien, une importante énergie électrique est nécessaire pour alimenter en particulier les écluses, les souffleries, les usines de dessalement et d'épuration des eaux, les cités d'accueil, etc et l'énergie électrique d'origine solaire locale doit parvenir à subvenir à ces besoins. La NASA et BOEING préparent ensemble un projet de satellite géostationnaire de 110.000 tonnes porteur de 14 milliards de cellules solaires qui enverraient sur terre l'énergie capturée par les faisceaux hertziens, énergie qui serait transformée en électricité. Quatre satellites de ce type suffiraient à couvrir la totalité des besoins énergétiques des Etats-Unis en l'an 2000 pour le prix de 0,25 Frs le KWh.

Les usines solaires

La première usine solaire d'Europe est l'usine de la Société PERNOD, située à Dardilly, au nord de Lyon, qui a été inaugurée le 21 juin 1983. L'énergie solaire est apportée par des capteurs et des serres d'une superficie totale de 18.000 m2 ainsi que des parpaings et des briques solaires ; l'énergie économisée grâce à ces installations devrait équivaloir à 50% des besoins de chauffage et d'eau chaude . En Inde, la première usine solaire est une usine de textiles située à Ahmerabad, inaugurée en 1983. Un système solaire d'air chaud est utilisé pour les opérations de séchage. La première centrale électrique commerciale fonctionnant sur le principe du bassin solaire est la centrale de Bet-Haarava (Israël), inaugurée en juillet 1984. Les localités de la mer morte et de la vallée du Jourdain se sont branchées sur cette centrale qui est installée dans une région désertique située à l'extrémité septentrionale de la mer Morte. Trois bassins peu profonds (3 à 7 mètres), d'une superficie totale de 25 hectares ont été creusés et remplis d'eau de cette mer dont la salinité est de 30%. Le soleil chauffe la couche inférieure, qui renferme la plus forte concentration de sel, restée au fond du fait de sa densité et retient la chaleur prisonnière. La température peut y atteindre et même dépasser le point d'ébullition. En outre, la gradation de la salinité est telle qu'il se forme une couche intermédiaire, écran efficace entre l'eau chaude du fond et l'eau froide de la surface. La centrale débite 5 mégawatts, soit assez pour la consommation d'une ville de 10.000 habitants. Cette électricité peut être stockée à volonté et utilisée de jour comme de nuit.. Chaque kilomètre carré de bassin solaire équivaut à 40.000 tonnes de mazout. Des études sont en cours pour exploiter directement la mer Morte au moyen de bassins flottants. Le potentiel est de 2.000 mégawatts , soit la production actuelle des centrales thermiques d'Israël. Jusqu'à présent, l'énergie solaire coûtait de 2,61 à 5,22 Frs le kilowattheure contre 0,63 Frs dans les centrales classiques. A Bet-Haarava, elle coûtera 0,90 Frs et pourra être baissée à 0,54 Frs si plusieurs stations sont associées. La technologie électro-solaire, qui n'engendre aucune pollution, est applicable partout où le soleil est assez chaud et où existe un espace disponible suffisant.. C'est le cas de la plupart des zones à climat désertique ou semi-désertique notamment au Sahara et au Sahel. (A.G.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pétrole et Gaz de Côte d'Ivoire

au cÏur du négoce international en 2005

ABIDJAN. La Côte d'Ivoire a tous les atouts pour devenir la Rotterdam de l'Afrique. A commencer par un prodigieux potentiel pétrolier, encore insuffisamment évalué et mis en valeur. Les campagnes sismiques de 1997 ont mis en évidence de nombreux prospects, très prometteurs, notamment dans l'off-shore profond. Pour les produits raffinés comme pour le brut, les débouchés sont garantis. La demande porte sur différents produits : essences et gasoil en Afrique, essences sans plomb en Amérique du Nord et du Sud, gasoil TBTS (très basse teneur en soufre) en Asie et essences peu aromatisées en Europe. Créée en 1963, la Société ivoirienne de raffinage (SIR) approvisionne le Nigéria, le Burkina Faso, le Mali, le Libéria, la Guinée... Ses équipements - un des deux hydrocraqueurs installés sur le continent, en l'occurence en 1982 - sont suffisamment performants pour engager la conquête de nouveaux marchés. La privatisation de la raffinerie en 1998 a permis de mobiliser d'importantes ressources financières et techniques complémentaires pour améliorer davantage les performances et transformer sur place le brut ivoirien. Ainsi, la capacité de traitement annuelle sera progressivement portée de 3,5 millions à 10 millions de tonnes d'ici l'an 2005, les capacités de stockage et les moyens logistiques renforcés. La réception à quai des tankers pétroliers d'au moins 80.000 tonnes, dès lors possible, permettra de conquérir les nouveaux marchés porteurs d'Asie et d'Amérique. Coût total des investissements : 2 milliards de dollars, soit 1.000 milliards de francs CFA. Ce challenge, la Côte d'Ivoire peut parfaitement le relever.Carrefour stratégique, la Côte d'Ivoire est tout indiquée pour devenir la station-service de l'Afrique : elle est dotée d'infrastructures de communication et de télécommunication uniques dans la région. Le climat exceptionnel de paix sociale, de cohésion nationale, de stabilité politique relative, l'environnement institutionnel qui privilégie le secteur privé comme moteur de la croissance, le tissu industriel déjà important pour la région, les ressources humaines de qualité à prix compétitifs, le dynamisme conquérant du secteur pétrolier et gazier sont autant d'arguments de poids. En effet, le gaz naturel et ses dérivés sont également en pleine expansion. Utilisé pour la production d'électricité - une des moins chères du continent, ce combustible propre et bon marché soutient aussi la politique de butanisation populaire, le développement de l'agro-industrie, des textiles, des mines, de la pétrochimie... Promoteur convaincu de la Communauté énergétique ouest-africaine de l'électricité (toile d'araignée) et du gaz (Autoroute du gaz ou "Open Access"), la Côte d'Ivoire fournit ses voisins en énergie électrique. Elle dispose d'un gazoduc de 1OO km reliant Abidjan et Grand Lahou qui sera bientôt prolongé jusqu'à Takoradi au Ghana. Le nouveau code pétrolier, éminemment incitatif, adopté en juillet 1996, fait la part belle à l'initiative privée, surtout en eaux profondes. Couronnement de cette politique de promotion de l'investissement dans le secteur des hydrocarbures : la restructuration de la Société nationale d'opérations pétrolières (PETROCI) en trois entités, coiffées par une holding. Dédiées chacune à un métier, les trois nouvelles structures sont ouvertes à hauteur de 49% aux opérateurs privés, nationaux et étrangers. Pour tout contact utile aux investissements et aux concessions s'adresser au : Ministère des Ressources Minières et Pétrolières Immeuble SCIAM - B.P. V 50, Abidjan (Côte d'Ivoire) Tél. (225) 21 15 96/21 50 03 Fax (225) 21 53 20