Istituti sovraffollati, scarsità di personale qualificato

Nel carcere-scuola è arduo l'impegno

per il recupero sociale dei minori

Sensibilità e preparazione, doti richieste anche agli avvocati

 

di Luisella Nicosia, avvocato in Milano

Ragazzi in carcere, minorenni alle prese con la giustizia. E' un fenomeno in crescita che assume, di giorno in giorno, preoccupante rilevanza sociale. Accanto alla realtà carceraria degli adulti (al limite del "collasso", da S. Vittore a Rebibbia, da Opera a Poggioreale, a causa del rilevante esubero di presenze, ben oltre la capienza prevista, e per il costante deficit di personale carcerario) esiste la situazione meno nota e e meno presente all'attenzione dell'opinione pubblica, degli istituti per i minori di età. Un problema che investe direttamente la condizioe umana dei reclusi ma che ha, ad un tempo, una portata sociale di grande impatto civile. E che sollecita, proprio per questa ragione, un impegno straordinario e cosapevole delle istituzioni e degli operatori giudiziari a cominciare dal difensore (sia esso di fiducia o d'ufficio) al quale spetta un ruolo primario nell'azione di recupero del reo (Vedi; Una nuova pedagogia per la formazione professionale dei giovani avvocati ). Sensibilità e preparazione sono le doti necessarie. Se il principio rieducativo, almeno in teoria, deve costituire un caposaldo della vita dietro le sbarre per consentire al detenuto adulto una pronta riabilitazione e un concreto reinserimento sociale al termine del periodo detentivo, questo stesso principio deve, a maggior ragione, regolare tutte le fasi del rapporto del delinquente minorenne con la giustizia. Il D.P.R. 448/88, regolatore della normativa per i minori, fissa le linee guida che il legislatore italiano ha scelto, in applicazione e recepimento di direttive e convenzioni internazionali a difesa dei fanciulli e degli adolescenti, improntate al rispetto della personalità del minore che delinque, all'accertamento dei fatti, ma anche e soprattutto, a differenza di quanto previsto dal diritto penale valido per gli adulti, all'indagine sulla personalità del ragazzo che ha commesso un fatto delittuoso e al tentativo di applicare, per quanto possibile, una sanzione che serva a far comprendere esattamente al giovane la gravità e il tenore del reato eventualmente commesso e la possibilità, conseguente, di emendarsi, di costruirsi una vita futura fuori dal circuito criminale. E' proprio per questa ragione che i giovani rinchiusi nei 17 istituti penitenziari minorili esistenti in Italia costituiscono una minima parte di quelli che delinquono (su oltre 25.000 denunce a carico di minorenni che si registrano annualmente in Italia, nel '99 poco meno di duemila persone sono passate nell'istituto penitenziario). Sovente il giudice del Tribunale dei Minori preferisce soluzioni alternative per cercare di preservare il più possibile la crescita del giovane. Ma nonostante ciò anche nei reclusori minorili, per un insieme di ragioni che vedremo più avanti, si registrano esuberi di presenze e una preoccupante carenza di personale carcerario (agenti di polizia penitenziaria e operatori), in misura ncora maggiore di quanto accade negli istituti di pena per adulti. E anche in questo caso si tratta di personale che dovendo operare a contatto con giovani in formazione, necessita di preparazione peculiare e al quale si richiedono valenze personali di non facile acquisizione.

Situazione grave, dunque, considerando che il sovraffollamento della struttura minorile, con punte che superano il 20% della capienza prevista - caso emblematico e "faro" in Italia é senz'altro il Beccaria di Milano - non consente agli operatori (psicologi, assistenti sociali, personale carcerario) preposti a seguire il minore, di perseguire programmi di rieducazione studiati ad hoc, come prescrive la normativa vigente. Per ogni singolo "ospite" l'effettuazione di un percorso articolato in tre tappe (prima accoglienza, orientamento, ultimo periodo cosiddetto RAP, ragazzi responsabili, autonomi e progettuali) che durante la permanenza dietro le sbarre il minore dovrebbe compiere per arrivare al momento dell'uscita dalla struttura avendo già acquisito nuove valenze utili per un effettivo reinserimento nella società civile. Il carcere minorile, nell'intendimento del legislatore, deve essere, prima di tutto, una scuola. Ma - si è detto - si lavora in condizioni precarie. E tuttavia, in questa direzione qualcosa di positivo si sta realizzando. All'interno del Beccaria, ad esempio, nelle ore mattutine i giovani seguono le lezioni scolastiche e per questo vengono suddivisi in classi compatte al fine di rendere effettivo l'insegnamento, mentre nelle ore pomeridiane vengono impegnati in attività ricreative ma anche istruttive, che possano consentire loro di acquisire conoscenze pratiche che potranno essere utili una volta usciti dall'istituto (falegnameria, fotografia, computer, giardinaggio, cucina).

I giovani detenuti spesso vivono il percorso all'interno della struttura come un vero e proprio cammino di emancipazione verso l'età adulta, legandosi alle figure di chi opera vicino a loro quotidianamente, tanto che, anche a distanza di tempo, una volta usciti dall'istituto, tornano ad incontrare l'assistente sociale, la guardia o il mediatore culturale a cui si sono particolarmente legati. Spesso si tratta di giovani provenienti da realtà familiari disgregate, inesistenti o negative, che hanno maturato il bisogno di crearsi nuove figure di riferimento, di affezionarsi a persone che hanno avuto o hanno vicino ogni giorno e che vedono dedicarsi a loro con passione e impegno. Solo nel 1999, secondo i dati resi noti dal Ministero di Grazia e Giustizia, sono entrati in Istituti penitenziari minorili ben 1.876 minori, di cui 871 italiani e il resto stranieri; sul totale, le ragazze sono state solamente 588, di cui 365 straniere (quasi tutte - le ultime - nomadi, arrestate per furto). Si é confermato, dunque, anche nell'ultimo anno il trend registrato a partire dal '97 in poi, di "sorpasso" nelle entrate degli stranieri rispetto agli italiani. A una lettura superficiale, questo dato, potrebbe trarre in inganno poichè non significa, come potrebbe apparire da una analisi affrettata, che percentualmente gli stranieri delinquano di più dei minori italiani o siano socialmente più pericolosi. In realtà, lo straniero finisce più facilmente dietro le sbarre perché sovente non ha un nucleo familiare alle spalle, si trova in Italia solo e senza fissa dimora e ciò obbliga il Giudice a comminargli una sanzione detentiva che, in realtà, per la ratio della normativa in vigore, dovrebbe rappresentare una soluzione estrema. E ciò comporta ovviamente grossi problemi per chi deve gestire i giovani all'interno della struttura minorile: problemi non tanto di amalgama delle diverse etnie (in genere i giovani socializzano tra loro senza problemi e senza particolari ostilità, al di là delle loro origini), quanto per l'approntamento dei programmi rieducativi e per la mancanza di personale adeguato. Spesso in molte strutture manca, in tutto o parzialmente, ad esempio, la figura del mediatore culturale, cioé di quella persona che sia in grado, per le conoscenze e la preparazione specifica acquisita, di fare da "ponte" tra il giovane maghrebino, slavo o pakistano e il resto del mondo carcerario e delle altre figure di riferimento (giudice, avvocati ). Per un sedicenne o diciasettenne marocchino o tunisino autore di reato commesso in Italia, diventa importante e rassicurante sapere di poter contare sulla presenza amica di una persona che conosca le usanze della sua terra, magari la lingua, le abitudini e i valori di una società completamente diversa da quella che lo ospita.Ed è questo uno dei presupposti per il positivo avvio di un percorso rieducativo.

Ritornando alle statistiche ufficiali, è utile osservare, ancora, che tra giovani affidati agli istituti nel '99, 1.538 vi sono entrati in custodia cautelare e solo 338 per l'esecuzione della pena. Ciò comporta immediatamente una considerazione: spesso le strutture carcerarie minorili perdono la loro finalità, per trasformarsi addirittura in centri di prima accoglienza e in strutture utilizzate in modo improprio allo scopo di fare fronte all'emergenza immigrazione, con conseguenti e rilevanti problemi di sicurezza, di vivibilità, di igiene e sanità, soprattutto nei mesi più caldi. Ma i problemi sono anche altri. Non ultimi quelli derivanti dalla presenza dei cosiddetti giovani adulti, cioé quei ragazzi tra i 18 e i 21 anni di età che, come prevede espressamente la legge, vengono reclusi per scontare pene relative a reati commessi in minore età; sono giovani che in molti casi hanno già conosciuto il carcere degli adulti e che purtroppo sono stati integrati in un vero e proprio circolo criminale. Così non mancano tentativi di "nonnismo" e di ribellione alle regole interne predisposte e spiegate ai giovani, dagli operatori carcerari, come necessarie per una corretta convivenza. Ma, tant'é, questa è una conseguenza di ciò che prevede la legge.

Veniamo alla natura dei crimini commessi. Se tra gli stranieri ospiti degli istituti penitenziari minorili prevalgono i reati contro il patrimonio (furto aggravato, spaccio di droghe leggere, per quanto riguarda i maghrebini), al contrario, tra gli italiani, prevalgono i reati contro la persona (omicidio, tentato e consumato, sequestro di persona, abusi sessuali), di cui in pratica hanno l'esclusiva, così come di altri reati, fra cui resistenza a pubblico ufficiale, possesso di armi, associazione a delinquere. E, addirittura, tra le 517 persone che al 30 giugno 2000 soggiornavano negli IPM della Penisola secondo i dati dell'Ufficio Centrale per la Giustizia Minorile (assunto in queste settimane a dignità di autonomo Dipartimento, per rendere ancora più incisiva e determinante la sua azione), si segnalava anche un ragazzo detenuto per associazione mafiosa. Ma come si configura la composizione della popolazione carceraria? Al Nord prevalgono ovunque gli stranieri (ad esempio al Beccaria su una presenza media che si attesta oltre le 60 unità più di 40 sono gli extracomunitari), al Sud é ancora predominante la presenza degli italiani. Ma, a causa del sovraffollamento, si manifesta sovente l'esigenza di procedere a continui trasferimenti da una struttura all'altra, con conseguenti interruzioni di programmi rieducativi già intrapresi e con notevoli problemi di reinserimento. Vengono meno, in queste circostanze, i compiti di istituto, se è vero, come sostiene la dottoressa Fratantonio, direttrice del Beccaria di Milano, che il soggiorno di un minore nel penitenziario ha ragione d'essere a condizione che sia contenuto nel tempo (in media la permanenza si aggira sui sei, sette mesi), se consente un certo percorso educativo favorendo una positiva presa di coscienza, da parte del giovane, del cammino delittuoso che stava percorrendo; se è vero che la detenzione perde ogni valenza positiva nel momento in cui si trasforma in un mero strumento repressivo e punitivo, snaturando i dettami e le finalità della legge, a scapito della crescita del minore, destinato in tal modo a ricadere nel circolo vizioso del crimine non appena uscito dall'istituto.

Sempre più spesso, inoltre, gli operatori si trovano a dover gestire anche ragazzi affetti da patologie psichiatriche incompatibili con la "normalità" della struttura a cui vengono affidati. Tutto questo aviene per carenza di percorsi ad hoc e a causa di una ottusa rigidità burocratica, che destina tout court il giovane mentalmente disturbato, in quanto autore di reato, a un istituto penitenziario minorile, generando problemi e disagi per la convivenza interna e a scapito della stessa salute del giovane, non adeguatamente seguito e curato e rischiando di aggravarne la pericolosità sociale. Sono tante, forse troppe, come si vede e nonostante i passi avanti compiuti, le contraddizioni e sono numerosi i limiti della legge per molti versi antiquata e anacronistica (anche per gli adulti) che ancora regola l'ordinamento penitenziario sordo alle esigenze della vita carceraria, indifferente alle ragioni e alla razionalità della funzione di recupero e di reinserimento del reo nel consorzio civile.Lacune di maggiore gravità e di intollerabile portata quando riferite al mondo minorile.

 

Istituti sovraffollati: nasce in Spagna

il primo riformatorio gestito da privati

MADRID. Madrid aprira' il primo riformatorio gestito da una impresa privata. Con questo nuovo istituto, destinato a ragazzi tra i 13 e i 18 anni, si cerca di risolvere il problema degli spazi nelle carceri minorili, aggravato dall'entrata in vigore di una legge che proroga a 18 anni l'eta' per l'ingresso in prigioni vere e proprie. Criticata da piu' parti la scelta della "privatizzazione".

http://www.elpais.es/p/d/20010105/espana/reforma.htm